Esquisse – il blog di antonio consoli

Prose sparse: L’afferracazzintallaria, Tonino Pintacuda

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Paolo Lo Cicero era un’afferracazzintallaria.
Era questa l’efficace definizione usata da suo padre per segargli i sogni.

– Non ti ho mandato a scuola per vederti coi capelli ‘ngrasciati e la barba lunga. ‘Sti fumetti che disegni sono solo tempo sciupato. Tempo che non tornera’ piu’.
– Questi non sono “fumetti”, e’ arte sequenziale.
– Chiamala come minchia vuoi, resti sempre un’afferra cazzi ‘nta l’aria. Devi mettere giudizio.

Finiva sempre cosi’ con suo padre.
Sua madre se l’era portata via una di quelle malattie che non lasciano scampo e lui era rimasto li’, accanto a suo padre a sentirsi dire che era buono solo a buttare nel cesso il suo futuro.

Futuro. Da quando aveva finito il liceo, l’avevano scagliato in quell’acquario di preoccupazioni. Sino ai 18 anni sei in un’isola felice, lasci che il tempo ti scorra addosso senza preoccuparti di quello che ti riserva il domani.
Il suo calendario aveva le tette della Canalis e tanto gli bastava. Ora no, lui aveva solo piu’ barba e ancora piu’ sogni e ora gli dicevano che era il momento di pagare il conto. Prima suo padre gli dava amorosamente a mangiare, ora s’era “stancato di foraggiarlo a vuoto”.

– Fai come tuo cugino, viaggia e lotta per un posto fisso. Tanto a stare qui perdi solo la speranza.

A frasi del genere, Paolo rispondeva col silenzio e scendeva in cantina a riempire un intero album con schizzi del suo progetto infinito, un romanzo grafico che aveva intitolato “Regina Vagina”. Voleva venderlo a qualche grande casa editrice e campare coi diritti d’autore e con le ospitate a quegli inutili talk show che pero’ sfunciavano bei gettonazzi di presenza. Rimise avanti i sogni e torno’ all’altro suo progetto, stava illustrando alcune poesie di Paul Celan per riconquistare una ragazza che credeva di aver perso tre anni fa.

Disegno’ due corpi nudi su un orologio, con le lancette piegate verso l’interno. Il tempo dell’amore, la metafora-talamo di “quella notte che s’apri’ e aperta rimase”.

***

– Signor Lo Cicero, leggo qui sul suo curriculum che lei si sente “solo un rifiuto di una tipica famiglia siciliana”. Che intende?
– una tipica famiglia siciliana: le mie sorelle hanno le cosce grosse come le colonne bugnate della Cattedrale e tre figli ciascuna, il marito disoccupato e la tette tristi. Seguono la buona novella di Maria De Filippi e sognano che qualcuno le chiami ad aprire la busta di “c’e’ posta per te”. Io resto sullo sfondo, intonso. Sto li’ a leggere e scrivere fumetti. Coi capelli troppo lunghi e la barba sporca. Sempre cosi’, da una vita. Ciucciamo tutti la pensione di mio padre e arrotondiamo coi guadagni del lavoro notturno di Toto’ e Carluccio. I miei due inutili cognati vendono sigarette di contrabbando con un’ape che hanno modificato sino a farla sollevare a ogni accelerata. Ripeto: una tipica famiglia siciliana.
– Capisco. Le faremo sapere…

***

Un altro colloquio andato a puttane, Paolo non ci credeva piu’, le prime volte tirava fuori il vestito che s’era messo per il funerale della madre e si pettinava i capelli all’indietro tenendoli attaccati con un nastro rosso. Ora manco quello, ci andava vestito come tutti i giorni, tanto nessuno dava fiducia alle sue tavole. L’unica cosa buona sua padre gliel’aveva detta una sera che russava tra uno sparo e l’altro di Walker Texas Ranger:
– Paluzzu, saro’ pure stato un padre indegno e un marito pieno di mancanze ma una cosa te la devo dire: ricordati che un uomo quand’e’ solo manco e’ buono per cacare. Non isolarti, non lo fare mai. Trovati ‘na bedda picciotta con una buona famiglia alle spalle che il resto poi s’aggiusta. Non devi essere rigido, mai.
– Io non sono rigido.
– Lo sei, lo sei. E lo sai. Non riesci a perdonarti niente. Devi imparare che la vita che uno si sceglie e’ megghiu pigghiarla coi fianchi larghi, almeno c’e’ un po’ di sustanza con cui consolarsi.

***

In quelle mattine di pioggia che l’asfalto diventa una buccia di zucca marcia, Paolo non andava mai all’universita’. Quelle mattine le dedicava a sua madre.
– Forse e’ meglio che me ne vado. Qui ci perdo davvero la speranza, ma’. Te lo ricordi? Eri la prima a cui facevo vedere i miei disegni. Erano tutti per te, per la mia bella principessa. Te li regalavo e tu li infilavi in mezzo ai tuoi libri di preghiere. Nessuno tocca piu’ quei libri.

Piangeva Paolo in quelle tre ore grigie e fredde, piangeva perche’ non poteva piu’ sentire l’odore di sua madre, quel bel profumo di buono e di vaniglia che lei si spruzzava la mattina presto, ancora prima di preparargli la colazione e lo zainetto.
– Papa’ dice che, da solo, uno non e’ buono a fare nulla. Si deve essere sempre almeno in due. Me lo dicevi pure tu. Ci voglio credere. Te la ricordi Arianna? L’ho ritrovata. Anzi, a essere sinceri, e’ stata lei che e’ rispuntata. Stavo al computer e mi arriva una sua e-mail. Almeno due pagine e mezzo di scritte confuse come solo lei sa fare. Non ho capito bene se lo stronzo sono io, lei o entrambi. Forse la verita’ ci sta in mezzo, come sempre. Stasera la porto a cena. Ho aiutato Carluccio e Toto’ con l’ultimo carico di stecche di sigarette e ho abbastanza euri per portarla a vedere il mare.
Mi manchi, ma’. Mi manchi davvero.

Ripulita la lapide e rimpiazzati i fiori seccati, Paolo se ne andava via, senza voltarsi.

***

– Dai, Claruzza, sono due ore che sei nel cesso. Non puoi rinviare il restauro? Devo uscire, il tempo di una doccia veloce e ti lascio il bagno.
– Manco p’u cazzo. Il bagno e’ mio, l’ha tirato su il mio Toto’, piastrella dopo piastrella.
– Si’, coi soldi di papa’.
– Bazzecole…
-Senti, Clara, io non chiedo mai nulla. Mangio qualsiasi porcheria insapore prepari tu, sopporto pure tua figlia che sta appiccicata al televisore della MIA stanza ma ora il bagno mi serve davvero e tu me lo lasci. Con le buone o con le cattive.

Clara sapeva che Paolo non babbiava: quando si trattava di andare fuori con una fimmina ’so frati rincoglioniva. Ma non potendo sospendere la ceretta e lasciarsi solo mezza faccia sbarbata, Clara decise che Paolo poteva tranquillamente aspettare o andare gioiosamente a fare in culo. Ma Paolo era stato svezzato alle medie da Francesco Matranga, scassinatore di terz’ordine noto alla polizia come Ciccio Scassaminchia. Ciccio gli aveva insegnato ad aprire le porte degli spogliatoi femminili e a non mollare mai la presa. E Ciccio sapeva il fatto suo, la polizia preferiva chiudere tutt’e due gli occhi piuttosto che smaronarsi le palle con le lagne pantagrueliche di Ciccio che era capace di rintronare di minchiate pure Decu u’ surdu.

– Clara, se non apri’ dico a Toto’ che abbiamo mangiato per un mese pasta con le sarde perche’ tu sei stata forse TROPPO gentile con Vicenzu u’ pisciaro. Sai, farsi incornare da un pescivendolo e’ uno sgarbo di quelli tremendi. Lo conosci tuo marito, basta che solo accarezza un sospetto che non ti lascia manco mettere piu’ il naso fuori di casa…
– Non oserai…
– Osero’, certo che osero’…
– Sei un finucchiazzo, l’ha pigghiari in culu sino a quannu chianci tuttu u veleno c’hai in corpo.

E Clara usci’, con mezza faccia pelosa e l’altra mezza rossa come un fico d’india. Pero’ prima di ritirarsi nella sua stanza, l’amata sorella sentenzio’:
– Tanto quella li’ te la fa solo ciarare, non te la dara’ mai. Tra tutte le buttane che frequenti tu, questa le batte tutte.
– Totoooooooooo’…
– Paluzzu, stavo solo babbiando… Anzi, ripensandoci, questa qui mi sembra quella giusta per aggrizzarti. Forse e’ la volta buona che ti calmi.

Paolo s’infilo’ in bagno, tutto contento, si guardo’ allo specchio. Pareva lo gnomo del Signore degli Anelli. Apri’ l’armadietto e tiro’ fuori le forbici.
Taglio’ e ritaglio’ e, dopo cento colpi di spazzola, si sentiva piu’ rincoglionito che mai. Da gnomo era passato a sosia stampato male di Albert Einstein, baffo compreso. Si spremette in testa mezzo tubetto di gel e pareva Robert De Niro nel secondo Padrino. Robert De Niro svegliatosi male dopo una notte passata in preda a coliche fulminanti.
– Meglio di niente, uno ci apprezza la buona volonta’. – si disse e, dopo aver svuotato lo scaldabagno, lascio’ il cesso in condizioni pietose.

Aveva gia’ preparato i vestiti: una camicia color melanzana tunisina con lievi venature di sangue di scavagghiu, una cravatta nera che aveva colorato con le rimasuglie dei suoi colori acrilici e un paio di jeans. Lo stesso logoro e spelato paio che sua madre aveva cercato di dare alla Caritas e la Caritas aveva rispedito al mittente.
Mando’ un essemmesse ad Arianna:

“Perche’ sono stato cosi’ stronzo da perderti per tre anni? Rimediero’” .
Uso’ solo 65 caratteri: aveva il pollice scimunito e una radicata incapacita’ a digitare; il T9 lo faceva smadonnare con i suoi inutili suggerimenti. Lei rispose con calma, mentre lui si stava strozzando cercando di portare a termine con nobile dignita’ il nodo alla cravatta.
Esausto e cianotico, lascio’ perdere la cravatta e lesse sul display: “forse era necessario. non ci sarebbe stato niente di quello che t’ha riempito il cuore in questi tre anni. Cmq ne parliamo meglio stasera.”

***

Paolo l’ando’ a prendere con l’ape dei suoi cognati.
Arrivo’ sotto casa di Arianna e suono’ il clacson. Toto’ e Carluccio, che erano megalomani, avevano potenziato la tromba: con un solo colpo di clacson tremo’ mezza Via Oreto. I Palermitani che sono abituati a tutto, risposero con un’unanime: “Va scassaci a minchia!”

Il padre d’Arianna si mostro’ piu’ liberale:
– Tu con quello non ci esci, uno cosi’ porta solo e soltanto danni. Danni irreparabili. Conosco perfettamente il tipo. Ma so che farai di testa tua e allora tieni acceso il cellulare che, almeno, se succede qualcosa io e i tuoi fratelli veniamo ad insegnargli l’educazione.
– Papa’, so badare a me stessa. Non ti preoccupare.
– Lascia il cellulare acceso, io resto qui a preparare la mazza del castigo. e’ sempre meglio prevenire. Uno che mi sfida suonando quel trombone del giudizio va trattato allo stesso modo.

La mazza del castigo del Signor Mancuso era un randello ricavato dallo scranno di un vecchio prozio monsignore, un manufatto che terminava con una ventina di chiodi arrancitusi e ritorti che passavano la mazza da lato a lato.
Mentre il signor Mancuso lucidava affettuosamente la gloriosa mazza, Paolo scese dall’ape e ando’ a citofonare. Rispose il padre di Arianna.
– Buonasera, sono Paolo. C’e’ Arianna?
– Puo’ darsi.
– C’e’ o non c’e’?
– Che sei impaziente? Tanto non ci esce niente, mia figlia ha saldissimi principi che le tue belle parole non potranno mai scalfire.
– E chi vuole farlo? Pensavo solo di essere gia’ in ritardo. Signor Mancuso, mica che sta lucidando la mazza del castigo… quei tempi sono passati. Le ho gia’ detto tre anni fa che non era mia quella 126 verde pisello che lei dice di aver visto appartata in una zona scognita di Cefalu’. La mia 126 non poteva manco arrivarci a Cefalu’…
– Senti, io ancora rincitrullito non ci sono. Ti tengo d’occhio. Sgarra con la mia picciridda e io ti vengo a prendere in capo al mondo.
– ehm… d’accordo. e’ sempre un piacere parlare con lei, mi saluti la “mazza”.
– Paolino, ti rissi che ancora, grazie a Dio, rincugghiunutu non ci sono. E tieni le mani a posto.

Paolo decise di starsi zitto, provocare il mazzuto castigatore non era poi sta gran genialata. S’accese una diana blu e si sedette sul gradino schiacciachiappe ad aspettare Arianna.
Lei scese. Ed era bella come una canzone dei Beatles, per una cosi’ valeva la pena farsi randellare a morte. Paolo lo sapeva. Si guardo’ nello specchietto retrovisore dell’ape e si disse mentalmente che era stato un emerito minchione a lasciarsela scappare.

– Ciao, scemo.
– Tuo padre e’ sempre cosi’ simpatico o era solo contento di rivedermi?
– Vuole semplicemente scuoiarti e farsi un fodero di pelle tua per il randello.
– Lasciamogli i suoi sogni. Pure io diventerei un pazzo sanguinario con una figlia cosi’. Sei ancora piu’ bella.
– Paolo… mi spiace per tua madre, davvero. L’ho saputo quando stavo a Roma, non sono arrivata in tempo per partecipare al funerale.
– Lascia stare. Siamo qui, e tanto basta.
– Gia’. Facciamocelo bastare. Ti consiglio pero’ di allontanarti da qui, la mira di mio padre in questi tre anni e’ migliorata notevolmente… Dove andiamo?
– Avevo voglia di rivedere il mare…

***

Sulla spiaggia di Mondello c’e’ solo Mimmu Radar, l’uomo con il cerca-metalli. Mimmu aveva speso due tredicesime per quel giocattolo credendo che in due notti avrebbe trovato, come minimo, il tesoro di qualche bucaniere. Con la pancia piena di pasta coi ricci, Arianna e Paolo si sedettero sul molo con due coni stracciatella e cioccolato a tenergli compagnia.

***

– Che hai fatto in questi tre anni?
– Nulla, o quasi. Solo storielline avariate presto. S’e’ sposata pure mia sorella Tina, hanno messo su un matrimonio brutto e pacchiano con le poche briciole della buonuscita di papa’. Io le mie sorelle non le capiro’ mai, sono scappate di casa e dalla famiglia per riversare i loro problemi in una famiglia tutta nuova. Io sono rimasto a casa, ho tenuto compagnia a mio padre. Poi sono andato a farmi la naja e, mentre ero via, Clara si e’ trasferita a casa mia. Ho scoperto che tutta la mia collezione di fumetti e’ stata distrutta da Ninuzzu e Giuseppina.
– Invece i miei fratelli si sono fatti spedire in missione di pace. L’hanno fatto per non gravare piu’ sulle spalle di mio padre…
– Ah, che figli d’oro…
– Finiscila!
– Sono gli stessi due angioletti che hanno tentato di scafazzarmi col loro camper solo perche’ avevo disegnato “Randello Pazzerello” proprio di fronte a casa tua? Dai, con tuo padre c’era in corso una piccola guerra.

– Nemmeno lui l’ha presa tanto bene. S’e’ svegliato e si e’ trovato di fronte il suo faccione deformato, grosso quanto la faccia di Berlusconi in campagna elettorale. Ci sei andato giu’ pesante, almeno potevi farlo meno somigliante. Gli e’ venuta un’ulcera perforante.
– addirittura!
– Ulcera che era riuscito a curare e che tu stasera hai ripreso a trapanare. Perche’ non provi a piacergli?
– Io? Faccio l’impossibile. Solo che c’e’ un problema insormontabile: amo sua figlia…

Arianna non rispose.
Lui la vide bella e pensierosa, tanto che alzo’ gli occhi che le aveva piantato sui seni e la guardo’ dritta negli occhi.
In testa gli si formarono subito tre serie di vignette, con tanto di mezzitoni e suoni onomatopeici:

La prima:
Arianna lo pianta li’. Poi ci ripensa. Va verso Mimmu Radar, gli chiede in prestito il cerca-metalli e ritorna da Paolo. Gli cala e ricala sulla capa il cerca metalli che sostituisce egregiamente la “mazza del castigo”. Sullo sfondo, il Malefico Padre sogghigna sardonicamente, agghindato come il Sergente Garcia dei vecchi telefilm di Zorro.

La seconda: Arianna si strappa i vestiti tra una vignetta e l’altra e, nuda e superba, strappa via pure la camicia melanzana di Paolo e smolecolarizza i jeans logori. Fanno sesso come quei ricci che si sono mangiati prima dell’intermezzo erotico. Sullo sfondo Mimmu Radar assiste in silenzio, arrapato pure lui, scaglia in mare il cerca metalli e va a stantuffarsi sua moglie. Non succedeva dall’ottantasette.

La terza: Arianna gli schiocca un bacio sulla fronte e gli propina il solito e tritato: “Restiamo amici”. Lui si alza, va da Mimmu u Radar, lo strozza e usa il cerca-metalli per farsi giustizia della donnaccia che gli ha appena spezzato il cuore. Con la faccia ridotta a maschera di sangue, lancia l’ape verso casa Mancuso. Citofona.
Il Signor Mancuso scende investagliato e vede penzolare dall’ape il cadavere della figlia. In preda alla follia, Mancuso sembra il giustiziere della notte con le emorroidi. Paolo lo affronta a mani nude. Gli spezza il randello in testa e suona trionfante il mega-clacson dell’ape.
Quando rincasa, Toto’ e Carluccio gli dicono che quella li’ non gliela dara’ mai. Li prende a fucilate e appende le loro teste nella sua cantina.
Paolo vende i diritti d’autore ad Hollywood e diventa ricco. Bruno Vespa ne ricava ben tre anni di Speciali di “Porta a Porta”.

***

Non successe un’emerita minchia.
Stavolta Paolo aveva sceneggiato male i suoi sogni, pure Arianna era cresciuta in quei tre anni. Anche lei s’era prefissata altre mete.
Paolo la riporto’ a casa. Nell’abitacolo dell’ape era calato un fituso silenzio.

Sotto casa di Arianna si sedettero sul loro vecchio gradino schiacciachiappe, li’, dove avevano progettato decine e decine di possibili futuri: diversi, migliori, radiosi.
Il cuore di Paolo ora era vuoto come il cinema Lubitsch la sera della cine-maratona dedicata a Kiarostami.
Vuoto era e vuoto rimase.

Written by Antonio

22 f, 2008 a 4:12 pm

5 Risposte

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  1. […] Come sempre, buona lettura! L’afferracazzintallaria Paolo Lo Cicero era un’afferracazzintallaria. Era questa l’efficace definizione usata da suo padre per segargli i sogni. – Non ti ho mandato a scuola per vederti coi capelli ‘ngrasciati e la barba lunga. ‘Sti fumetti che disegni sono solo tempo sciupato. Tempo che non tornera’ piu’. – Questi non sono “fumetti”, e’ arte sequenziale. – Chiamala come minchia vuoi, resti sempre un’afferra cazzi ‘nta l’aria. Devi mettere giudizio.Finiva sempre cosi’ con suo padre. Sua madre se l’era portata via una di quelle malattie che non lasciano scampo e lui era rimasto li’, accanto a suo padre a sentirsi dire che era buono solo a buttare nel cesso il suo futuro. continua la lettura […]

  2. divertentissimo e tristissimo!!!

  3. Amaro, molto amaro e così vero! Ecco, ho pensato, un racconto che riesce a narrare una storia moderna e allo stesso tempo eterna, a essere classico e allo stesso tempo nuovo, particolare. E’ vero che su di me il dialetto siciliano esercita molto fascino. Gia quell’afferracazzintallaria è una parola straordinariamente efficace. Mi è piaciuto il mischiare dialetto e italiano, mi è piaciuto quell’alternanza dentro-fuori i personaggi ma soprattutto la profondità dei personaggi, detta in poche battute, lasciata intuire. E alla fine, quel vuoto dello scoprire che non è rimasto nulla, è così vero e colpisce.
    Mi son segnata una frase: “Devi imparare che la vita che uno si sceglie e’ megghiu pigghiarla coi fianchi larghi, almeno c’e’ un po’ di sustanza con cui consolarsi”.
    Grazie.

    Lilliblu

    4 f, 2008 at 9:52 pm

  4. dici bene, Lilli, come sempre. è un racconto molto amaro, scritto molto bene. Tonino è un cultore del dialetto siciliano, ha una passione vera per le parole siciliane. ne ho avuto la riprova in una conversazione telefonica avvenuta pomeriggio tra me e lui. la frase che tu hai segnalato è la stessa che nella copia che ho stampato per leggere ho sottolineato. efficace.

    grazie a te per aver letto il racconto. chissà che anche tonino non venga a dirci qualcosa a proposito.

    antonioconsoli

    4 f, 2008 at 11:32 pm

  5. Grazie a tutti voi.

    Semplicemente questo.

    Le mie parole morirebbero se non venissero lette.
    Se poi vengono stampate ed evidenziate…

    😀

    tonino pintacuda

    6 f, 2008 at 3:30 pm


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