Esquisse – il blog di antonio consoli

Prose sparse: In bilico, Milvia Comastri (seconda parte)

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Dall’ Africa era fuggito in fretta e furia il giorno in cui il corpo del belga era stato trovato ficcato in fondo a un vicolo. Con un proiettile piantato in mezzo agli occhi.

Ma non era tornato in Italia. Era stato anni senza dare notizie ai suoi.

Anche se ogni giorno, quando si svegliava (quanti letti in città diverse, quante albe dalle diverse luci…) si diceva: oggi, oggi li chiamo. Ma veniva sera, e sopraggiungeva un’ennesima notte inquieta, e la mattina, quando si svegliava, ancora si diceva: oggi, oggi li chiamo. Centinaia, migliaia di notti. Migliaia di giorni, milioni di traffici. Lavori sporchi. Soldi. Puttane.

Non tutte. Non tutte puttane.

Arianna, incontrata per caso nel mezzo di un mattino berlinese.

Un mattino di neve, la luce color ghiaccio, un viso riflesso in una vetrina. Che bella, la neve. E lui che si gira e si sente scivolare dentro quello sguardo che è come un’infanzia gioiosa, e: sì, risponde, è bella la neve.

Nei diciotto mesi che erano stati insieme lui le aveva raccontato tutto. Delle scelte

sbagliate, dei crimini, di come non sapeva più ritrovare, da anni, quel se stesso che era partito ragazzo per una esistenza certamente diversa da quella che poi si era trovato a vivere. Della casa bianca, dell’odore dei campi. Dei papaveri. Delle telefonate mai fatte. In quei diciotto mesi lo sguardo di Arianna aveva smarrito per sempre la luce dell’infanzia, ma lei gli era rimasta accanto. Ti amo, gli diceva ogni volta che a lui si spezzava la voce, narrando.

Aveva deciso di dare una svolta definitiva alla sua vita. Aveva portato Arianna in Italia, in una cittadina del Sud dove l’estate sembrava durare fino a Natale. Aveva trovato anche un lavoro, onesto, questa volta. E una sera aveva alzato la cornetta del telefono. La madre non era riuscita neppure a parlare, tante erano le lacrime. Il padre era stato in silenzio, in attesa di risposte a domande non formulate. Lui aveva lasciato solo un indirizzo, poi aveva riattaccato. Ma era stato comunque un inizio.

 

C’è soprattutto una cosa, che non riesce a perdonarsi: di non aver portato Arianna in un ospedale attrezzato al momento del parto.

Tutto sarebbe stato diverso, con lei vicino. E con il bambino da crescere.

La casa dove aveva trascorso i mesi migliori della sua vita l’ha tenuta. Ci torna ogni due o tre anni, quando la nausea rischia di soffocarlo. Se ne sta ore sul balcone, a guardare il mare e ad ascoltare voci che non ci sono, risate di bimbo che non hanno mai rallegrato le stanze all’interno.

Poi riparte, e riprende i suoi lavori sporchi. L’unica cosa che gli riesce bene. Da qualche anno si è aperto un nuovo mercato: traffico di uomini e donne disperati, che dall’est, inseguono il sogno di un destino migliore in una parte più civile dell’Europa.

Anche la civile Europa gli appare una terra crudele e predatrice, da un po’ di tempo.

 

La lettera del notaio è sul sedile posteriore dell’auto. La data è di quattro mesi prima. Ma lui l’ha trovata tre giorni fa, quando è tornato al paese della lunga estate. Ora sa che non ci sono più telefonate da fare. Non ci saranno più propositi non mantenuti. E sa anche che quella casa là in fondo, quella casa bianca, squadrata, ora è sua.

 

Si passa le mani sul viso. Gli torna in mente una scena che lo aveva colpito tantissimi anni prima. Era sul terrazzo di un albergo nel parco dell’Amboseli. Non troppo lontano diversi animali stavano abbeverandosi a una pozza d’acqua. C’erano gnu, zebre, cerbiatti, qualche bufalo, delle giraffe. Improvvisamente, quasi in sincronia perfetta, le bestie avevano alzato il muso, smettendo di bere. E piano piano avevano cominciato ad allontanarsi. Dal boschetto lì accanto era uscita una iena, che lentamente, trascinando la coda sulla terra rossa, si era avvicinata alla pozza. Quando la bestia si era fermata per abbeverarsi, intorno non c’era più alcun animale. Sola, era rimasta assolutamente sola.

Si ricorda ancora vivamente la pena e il senso di empatia che aveva provato per quella iena. Solo, reietto. Una iena, pure lui.

 

Il ragazzo compirà vent’anni fra un mese. Ogni anno lui si è ricordato il giorno della sua nascita. Il giorno del dolore senza consolazione.

Non sa dove sia quel figlio veduto solo un attimo in una culla d’ospedale, guardato quasi con odio, con gli occhi abbacinati dal dolore. Chi lo avrà adottato? Come sarà? Come me? Come Arianna? Domande che si è posto mille volte, ma più frequentemente in questi ultimi tre giorni.

Si chiude qualcosa, si apre qualcosa, fine e inizio che formano un cerchio sussurra mentre entra nell’auto e siede al posto di guida. Mette in moto, e ancora non sa cosa farà. Forse non si aprirà nulla, si dice. Nel brusco avvio la lettera del notaio scivola sotto il sedile anteriore.

Forse non sono degno, padre…

La polvere della strada si alza e forma tutt’intorno una nuvola bianca.

Fine

Written by Antonio

21 f, 2008 a 9:11 pm

4 Risposte

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  1. Racconto amaro, condotto con grande maestria dalla scrittrice. Si fa leggere tutto di un fiato. L’epilogo è quello di una morte cercata.
    cri

    cristinabove

    22 f, 2008 at 10:55 pm

  2. Grazie, Cri.

    Milvia

    Milvia

    24 f, 2008 at 4:53 am

  3. Prima volta che leggo questa scrittrice, per mia mancanza evidentemente. Quando inizio a video e arrivo fino in fondo, senza mai nemmeno andare a spiare quanto manca alla fine, significa che l’autore parte già da una posizione di vantaggio. Capita talmente di raro!
    Scrive molto bene, Milvia, ha una bella capacità di descrivere, di mostrare immagini a chi legge e ha quella dolce empatia dello scrittore, che ti fa diventare il personaggio.
    Ho solo due appunti da fare. Uno, riguarda la formattazione. I periodi divisi alla maniera della rete li eviterei, usando la formattazione classica dei libri (io edito, anche, e gli editori nelle istruzioni ci dicono proprio di togliere gli spazi tra un periodo e l’altro).
    Il secondo… non so se dirlo, ma senza togliere nulla alla bellezza del racconto, ho la forte impressione che scritto in prima persona l’impatto sarebbe stato molto più potente emotivamente. Ma forse proprio questo Milvia voleva evitare.
    Grazie, Anto’, io arrivo tardi ma apprezzo assai queste belle scoperte.

    Lilliblu

    27 f, 2008 at 10:43 pm

  4. Che bello trovare questo tuo commento, Lilliblu…Sono felicissima per quello che hai scritto… E non preoccuparti se è la prima volta che mi leggi. Non è certo una tua mancanza…Sono io a non essere…”famosa”.
    Grazie anche dei consigli. Sai, voglio proprio provare a riscrivere il racconto in prima persona, e vedere che ne esce fuori…
    Grazie ancora e, naturalmente ancora grazie a Antonio per l’ospitalità.

    Milvia

    Milvia

    28 f, 2008 at 9:20 pm


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