Esquisse – il blog di antonio consoli

Prose sparse: In bilico, Milvia Comastri (prima parte)

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C’è silenzio. Un silenzio pulito che si estende dai campi fino all’orizzonte, dove le colline, con le dolci cime arrotondate dal colore bruno, gli riportano alla mente le pesanti mammelle delle donne africane.

C’è un odore di stoppie bruciate, nell’aria, residuo di fuochi serali dei contadini.

Macchie rosse spezzano a tratti il dorato delle spighe, come cuori esposti.

 

Da bambino ne raccoglieva a mazzi, di papaveri. Poi, mentre si affrettava a portarli alla madre, i petali si staccavano e cadevano a terra, e lui si trovava a stringere in mano un insieme di gambi pelosi con quella specie di grumi neri in cima, come oscene figure umane stilizzate. Ma la madre gli dava ugualmente un bacio, e con un fazzoletto gli toglieva le lacrime dal viso.

 

In fondo, così lontana da parere un miraggio, sta la casa. Bianca, squadrata.

Potrei starmene sempre qui, a riempirmi di silenzio… Ma è un pensiero incrinato, il suo, che gli esce come un singhiozzo. Sa di aver sempre fatto scelte sbagliate, nella sua vita. Ora si chiede a che serve essere tornato qui, essersi fermato su questa strada bianca, poco più che un viottolo, che ha impolverato la carrozzeria lucente dell’automobile. Se ne sta in piedi, quasi in bilico sull’orlo del fossato che divide la strada dai campi.

A guardare. A ricordare.

Erano trentaquattro anni che non veniva da queste parti. E gli sembra che non sia cambiato nulla. Non solo nell’immobile paesaggio che lo circonda, ma anche dentro di lui. Ancora sente quel malessere, la dolorosa impressione di essere nel posto sbagliato. Un disagio che gli crea una sorta di prurito interiore.

L’ampia estensione dei campi, il confine lontano che va ad appoggiarsi ai piedi delle colline, gli rammenta ancora una volta l’Africa. Anche se qui la terra non ha quel colore rosso come foglie d’autunno. E pure la luce è diversa: una fredda carezza, questa luce dell’alba che ora lo sta avvolgendo, meno irruente di quella africana, che pareva risucchiargli anche i pensieri.

 

L’Africa, un tempo, gli era sembrata l’unica meta possibile. Le verdi colline di Hemingway, Karen Blixen… Ecco perché se ne era andato da quella casa bianca, appena presa la laurea in medicina, nonostante i pianti di sua madre e le labbra serrate dalla delusione e dalla rabbia del padre.

Ma si era reso conto ben presto che l’Africa era una terra crudele, impietosa. Quasi sempre quelli che si presentavano all’ambulatorio non gli sembravano neppure esseri umani, da come erano ridotti. La maggior parte delle volte gli portavano vecchi che erano già in agonia, o donne con il pus che gli mangiava il ventre per un parto mal riuscito. I bambini, poi, morivano a decine per mancanza di cure adeguate. Aveva imparato a volgere gli occhi altrove, davanti allo sguardo di disperata rassegnazione di una madre. Capitava che arrivassero dei giovani, poco più che adolescenti, con un proiettile ficcato in corpo. Venivano gettati di notte dai loro compagni da un auto che rallentava appena. Pochi di loro superavano l’alba.

E a mano a mano che il tempo passava lui si era accorto che gliene importava sempre meno di tutti quei morti. Nelle notti in cui era particolarmente stanco, si era trovato a sollecitare la morte a mezza voce, che se lo venisse a portar via, quel vecchio, quel ragazzo, quel bambino, ché lui crollava dal sonno e per la frustrazione. Era come se la vena di crudeltà che alimentava quella terra avesse iniziato a poco a poco a intossicarlo, entrando attraverso i pori della pelle, mischiata al sudore e al senso di impotenza. Dormiva sempre male, nonostante la stanchezza. Sotto le palpebre chiuse si mischiavano immagini di sangue e sporcizia, di mosche e di ratti, cui si alternavano i visi della madre e del padre, immobili, senza espressione alcuna, busti di pietra o sale. Effigi cimiteriali.

 

L’aria sta cominciando a riscaldarsi. Si sfila la giacca, apre lo sportello dell’auto e distende l’indumento sul sedile posteriore, accanto a una busta bianca intestata. Si siede un attimo al posto di guida. Giocherella con la chiave dell’accensione. Nello specchietto vede riflesso il volto di un uomo dai tratti contadineschi, un viso largo, solcato da rughe profonde, la pelle scura sulla quale contrasta il colore grigio degli occhi. Sono il ritratto di mio padre, pensa. Ma senza la sua determinazione. Una rappresentazione mutilata, incompiuta. Avrei dovuto fare il contadino anch’io. Ho tradito anche il mio viso.

Gli salgono alle labbra parole sacre: Padre, perché mi hai abbandonato? Gli viene da ridere, amaramente: non il padre, ma è stato lui, il figlio, che ha abbandonato ogni cosa. In maniera irreversibile. Della morte dei suoi l’ha saputo tre giorni prima, da quella lettera che sta lì dietro, accanto alla giacca. Non sa neppure dove siano le loro tombe, in quale zona del cimitero. Se qualcuno gli chiedesse perché non sei mai tornato, non saprebbe che dire. Forse risponderebbe: per vergogna, per non guardare i loro occhi. Perché mio padre mi avrebbe sputato in faccia e poi sarebbe morto.

 

Quando aveva capito che il lavoro all’ambulatorio avrebbe finito col distruggerlo, lo aveva lasciato. Aveva scritto alla madre, con una scusa rabberciata si era fatto mandare dei soldi. Non dire niente al babbo, mandamene dei tuoi. Aveva cominciato a vagare per il Paese. Senza una meta precisa. Stava un giorno, poi andava, come se stesse sfuggendo a se stesso.

Una sera, proprio quando aveva deciso di vestire i panni del figliol prodigo e ritornarsene a casa, aveva conosciuto un uomo.

Davanti a due birre ghiacciate, quello si era presentato. Era un medico belga, da molto tempo in Africa. In Belgio aveva avuto anni prima un petit accident e non poteva più esercitare. Je m’enfiche, gli aveva detto, ci sono altri modi per vivere. Per vivere molto bene, aveva aggiunto. Anche qui, nella merde. Soldi e putaines, cosa puoi volere di meglio…

La luce scarsa del locale creava ombre inquietanti su quel viso affilato. Ma la voce aveva un tono sicuro e rassicurante. L’uomo sembrava fottersene altamente delle miserie, delle bidonville, della crudeltà che lui ravvisava in quella terra. Ne era rimasto affascinato.
La Volpe, dice ora a voce bassa, ricordando. Dentro di me l’ho sempre chiamato la Volpe.

La terza sera, al quinto boccale di birra, la Volpe aveva cominciato a parlare di traffici, i miei espedienti per vivere in Paradiso, li chiamava. “E’ facile, così facile che non te lo puoi neppure immaginare”, gli aveva detto. C’est très facile…continuava a ripetere. Armi, medicinali, avorio. Il mercato era ampio. Si tu veux

Lui aveva pensato al biglietto aereo chiuso nel cassetto del comodino della squallida camera d’albergo. L’impiegata dell’agenzia di viaggi aveva fatto l’impossibile per procuragli un posto per la domenica successiva. Pensò ai suoi. Al nuovo campo che avrebbero voluto comprare per ampliare la coltivazione, ai soldi che avevano speso per portarlo fino alla laurea. Ma si disse anche che quella laurea era stata il sogno di suo padre, e non il suo. Del padre, per riempirsi le labbra delle parole mio figlio dottore, all’osteria.

Aveva chiesto tempo. Ma sapeva di avere già deciso.

 

Ora, mentre si accende una sigaretta, lo sguardo corre ancora una volta a quella casa bianca. Il sole si sta innalzando nel cielo. I suoi raggi si riflettono su un aereo, che con il suo rombo sordo spezza il silenzio perfetto. Leva lo sguardo, ripetendo il gesto che faceva da bambino. Allora ben pochi aerei sorvolavano quei campi, ma ogni volta che accadeva sentiva quel fremere, dentro, quel desiderio di andare.

vai alla seconda parte

Written by Antonio

21 f, 2008 a 9:10 pm

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