Esquisse – il blog di antonio consoli

Prose sparse: Dalla neve, Manuel Finelli (terza parte)

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Dalla neve (terza parte)

Dalla neve, levarsi non fu facile per il sole. Algido inizio di giorno in un Tenpasar perduto nel bianco.

Fredde le mura, mura di prigione. E gelido il suolo. Il pavimento di una cella della rocca di Ienos, con l’inverno ad avvolgere tutto in una cappa di ghiaccio e di morte.

Lo straniero si affacciò alle sbarre.

“Piantone.”

Silenzio, nessuna reazione.

“Piantone!”

Un fruscio di mantelli e coperte. Tintinnìo di chiavi, sbadigli da guardiano alla fine del turno di notte.

“Cosa vuoi straniero?”

Parlare con il responsabile della prigione.”

“Lo stai già facendo. Comando io, qui, adesso.”

“Tu sei di guardia. Voglio colui che ti dà gli ordini.”

Derisione nell’assonnato volto del carceriere.

“Ah davvero? Nientemeno che il capitano Tisharo?”

“Se quello è il suo nome.”

“E cosa avresti di tanto importante da dire a un capitano maggiore?”

Una parola sola: Menggirangkan.”

L’ironia del piantone svanì. La mente ancora intorpidita dal sonno non digeriva quelle lettere strane.

“Come?”

Menggirangkan.”

Qualcosa, nell’abisso di un cervello stolido e intirizzito da una notte di veglia, si mosse. Qualcosa che sapeva di un’etica antica, mal ricordata, ma ancora presente.

Il carceriere deglutì. Non disse una parola e uscì.

Dopo pochi minuti la porta si riaprì; due figure sulla soglia. Il carceriere venne spinto da parte con un brusco spintone. Il capitano Tisharo si affacciò sull’anti-cella.

“Un vagabondo che vanneggia non mi tira giù dal letto e la passa liscia.” Abbaiò.

Menggirangkan.” Ribattè lo straniero da dentro. Non si era neanche alzato dalla panca.

L’ufficiale strinse gli occhi. Ferocia, ma anche voglia di sapere. Cercò di calmarsi. Lunghi respiri. Lente espirazioni. La condensa del fiato riverberò di bianco. Passi in circolo. Una sedia afferrata con veemenza.

L’ufficiale si sedette di fronte allo straniero. Una teoria di sbarre tra i loro sguardi.

“Una parola che non viene pronunciata da molto tempo.”

Più che una parola è un concetto. Un concetto che è parte integrante, dogma, della storia del vostro popolo.”

“La sostanza non cambia. Molto tempo senza enunciarlo fa di un precetto un principio vago.”

Sempre valido però. Soprattutto per un impero come quello di Tenpasar che ha, nell’osservanza delle etiche antiche, la sua ragion d’essere. Solo perdizione senza tradizione; è così che dite.”

 

L’ufficiale non battè ciglio. Dietro di lui il giovane piantone lo guardava attonito.

“Di certo non avete bisogno che sia uno straniero a ricordarvelo…” Aggiunse il prigioniero.

“Di cosa parla, capitano maggiore? Ho sentito quella parola ma non ricordo…”

La curiosità del giovane aleggiò nell’aria; nessuno la raccolse. Nell’interno della cella, avvolto nel suo mantello bianco, lo straniero era immobile.

Tisharo rimase seduto a fissare il prigioniero. Poi grugnì qualcosa e si alzò impettito.

Il tuo nome e le tue origini, Ibu Menggirangkan.”

Lo straniero si alzò liberandosi del mantello con un gesto elegante. Si aprì la casacca e si sfilò dal collo due lacci di seta. Uno verde, l’altro bianco, li strinse in un pugno brandendoli verso l’alto.

“Kabar Madallakar, aducau del clan dei Madallakar di Yeghe.”

Menggirangkan sarà discussa, Ibu Kabar.”

Kabar raccolse il mantello e si avvicinò alla porta della cella.

Piantone, apri e libera quest’uomo.”

Il ragazzo aveva gli occhi sbarrati. L’ordine dell’ufficiale aveva guidato la sua mano alle chiavi che portava alla cinta, ma le dita tremavano. La voce con loro.

Capitano maggiore, io non…”

“Cosa vi insegnano all’accademia di questi tempi? Non conosci il significato di un importante precetto e di questo renderai conto. Ma ora obbedisci agli ordini senza discutere: apri la cella.”

Il ragazzo annuì. Cercò di calmare il tremore delle mani per infilare la chiave nella serratura.

“Lo accompagnerai ai bagni e poi al salone delle udienze. Sarete lì allo scoccare dell’ora nona. Il Gheneraal gli darà udienza.”

Tisharo girò sui tacchi e, con passo marziale, si avviò verso l’uscita.

Il piantone, fermo con la chiave nella toppa, lo seguiva con lo sguardo. Da dietro le sbarre, la mano di Kabar afferrò la sua con decisione.

“Se non fai tutto il giro la porta non si apre.” Disse con un sibilo.

La serratura risuonò con uno scatto rugginoso. Kabar uscì. Nessun sollievo sul suo volto, solo fredda determinazione, gelida e senza appello, come un vento che spirasse spietato. Dalla neve.

*****

Un riverbero flebile filtrava attraverso le vetrate e si perdeva nel salone delle udienze della rocca. Sobrio ambiente in stile Tenpasariano dagli spazi ampi, ariosi e alti; ad attraversarlo filari circoncentrici di filiformi colonne di legno scuro perfettamente levigato e decorate in rosso carminio. Sul circolo esterno parallelo alle mura, tra una colonna e l’altra campeggiavano pannelli di carta di riso istoriati a tinte accese.

Nel centro, un palco rettangolare rialzato. Su ogni angolo spiccava a ruggire una dorata testa di drago. Il ripiano della sezione centrale era occupato da un Millenodi, uno degli inestimabili tappeti intrecciati dai monaci bambini dei monasteri Kruler.

Sul Millenodi, il Gheneraal era seduto con la schiena dritta su uno scranno d’ebano impreziosito da dedali d’oro; le braccia rigide d’armatura si puntellavano sulle ginocchia con mani guantate di nero. La posa di una belva pronta a scattare.

Vestiva un’armatura elaborata; intreccio di anelli fissati su cuoio e rivestimento in lamine di acciaio. Tutto scintillava del colore dell’oro.

Intorno ai fessurati occhi a mandorla, il pesante elmo dorato montava fregi ad ali d’acquila sulle tempie, gli spallacci culminavano in rostri a punta di diamante e, in simmetrico appoggio sulle

gambe, il fodero di bambù della caratteristica spada ricurva dei Kruler. L’impugnatura di avorio cesellato lasciava intuire oltre l’elsa un acciaio più che pregiato.

I baffi del Gheneraal, lunghissimi e sottili, arrivavano sotto alla gorgiera di lamelle dorate, fino a curvarsi sui pettorali sagomati della piastra toracica. Più che un uomo un’icona imperiale scolpita nell’indifferenza.

Ai piedi del rialzo, una stuoia più ampia. Al centro della stuoia, Kabar in piedi, mento abbassato, braccia rigide lungo i fianchi.

Mai, durante i lunghi anni della mia podestà, qualcuno ha evocato Menggirangkan nel dominio di Ienos. Sulle labbra di chi compare di nuovo questo antico precetto?”

“Kabar del clan dei Madallakar di Yeghe.”

Il Gheneraal si voltò di pochi gradi, come per guardare di sbieco.

“Un aducau.” Commentò come pronunciasse un insulto.

Kabar annuì.

“Un uomo dei deserti capace di arrivare fin qui – riprese il Gheneraal – e che conosce tradizioni che tanti di noi hanno dimenticato… Sei forse devoto al nostro dio?”

“No Gheneraal.”

Menggirangkan, nella nostra lingua antica significa ospitalità sacra. L’ospitalità dei tempi veri, dell’Età degli Eroi, allorquando Krul, padre e modello della mia etnìa, si elevò al rango di dio.”

Assieme al suo eterno rivale Crom, padre e modello dei vostri antagonisti, l’etnia dei barbari. – Chiosò Kabar. – E in quell’epoca di guerra pervasiva, l’unica ospitalità che i vostri due popoli si concedevano era quella ottenuta con il valore e con il sangue. La Menggirangkan.”

“È una tradizione desueta da secoli. Tu come la conosci?”

“Ho molto viaggiato.”

“Una tradizione che una volta invocata implica il combattimento con un membro della comunità visitata per ottenerne l’accoglienza incondizionata. Hai idea di chi potresti trovarti di fronte?”

“Il vostro campione, come da regola.”

“E non esiti?”

“Ho molto combattuto.”

Il Gheneraal bofonchiò infastidito. Oscillò una coppa che teneva sul monumentale bracciolo. Sorbì la bevanda passandola da un lato all’altro della bocca prima di deglutire. “E tutto questo sfoggio di scienza e coraggio, per cosa?”

Kabar non rispose.

Mi hanno detto che stai cercando qualcuno, qualcuno della corte. Ma io non ho gente della tua etnìa al seguito.”

Si tratta di una giovane di Nemedia, Gheneraal.”

“Sefana? Migliaia di miliametri in mezzo alla Guerra Sacra e poi l’attraversare un impero ostile agli stranieri durante il peggior inverno del secolo… per una concubina?”

È lei che cerco. È per incontrare lei che invoco Menggirangkan.”

Il generale strinse il fodero della spada ricurva. “E Menggirangkan avrai, stolto. Menggirangkan e una luna di stanzìa nei miei domini, sempre che tu vinca il campione di Ienos.”

Dalla mano sinistra del Gheneraal, si levò un dito mignolo e uno dei pannelli istoriati venne scostato. Tra le colonne del salone, Kabar vide un Kruler di stazza importante avanzare con passi di pietra, ma leggeri.

Ibu Menggirangkan – annunciò solenne il tiranno – il mio campione è Santory Shinjiro. Hai qualcuno da contrapporgli?”

“Nessuno se non me stesso.”

 

Che allora Krul decida a fil di spada se tu sia degno dell’ospitalità di Ienos. Al tramonto, nella corte grande.”

*****

Dalla neve che cade non si capisce bene il trascorrere del tempo. Quando lo vanno a prendere Kabar non si è neanche accorto dell’ora. L’intera giornata è trascorsa avvolta in un’opalescente penombra. Nessuna differenza tra mezzogiorno o crepuscolo.

Afferra il cinturone con spada e klit. Stringe la fibbia e si avvia a grandi passi dietro al soldato venuto per condurlo al luogo del confronto.

Santory è già pronto. Torreggia al centro dell’ampia corte come una statua. La neve ha quasi smesso di cadere. Intorno a lui pochi fiocchi irregolari scendono lungo traiettorie confuse, sembrano evitarlo.

Le braccia stese verso il basso con le mani strette sul rigido fodero ricurvo. Non indossa nè armatura, nè elmo. Solo schinieri e bracciali di cuoio. Il resto è coperto da una sobria tunica grigia, molto più pregiata di quel che appare. È la tunica dei Kenju, una corporazione Kruler: setta religiosa e ordine militare insieme, ordine d’élite. Disciplina assoluta, ascetica dedizione, preparazione al limite dell’umano. Brutti avversari i Kenju, da evitare se possibile.

Kabar ne affronta un campione.

L’aducau prende posizione di fronte a lui. Impugna a pugnale sia spada che klit portando entrambe le mani sul torace in segno di rispetto. L’altro fa altrettanto con la spada ancora in fodero sul pregiato bambù, le eleganti rifiniture in oro brillano alla luce delle torce.

Si fissano con fierezza.

Un secco battito di mani risuona; un unico colpo deciso. Il Gheneraal.

Krul riveli se Menggirangkan debba essere.”

Un nuovo battito. I due avversari indietreggiano. Kabar alza la guardia, Santory libera la spada con un movimento fluido.

Il primo scintillìo di lame è su un attacco simultaneo. Ascendente di tre quarti di Santory, fintato affondo riverso del klit di Kabar a copertura di una calante diagonale. Ed è l’impatto tra le due spade. E sono scintille.

Acciaio su acciaio. Un istante, eterno. Lama contro lama, occhi contro occhi.

Il disimpegno è di Santory. Flessione delle gambe con passo corto di fianco, slancio su un giro completo per un taglio laterale basso. Kabar para di spada e risponde di klit: affondo in presa riversa all’altezza del volto.

La velocità dello scatto all’indietro del viso di Santory è sorprendente, come l’inclinazione del collo. Passaggio del klit, a vuoto, disimpegno della spada, colpo di reni di Santory: posizione ripresa, posizione d’attacco, impugnatura a due mani per calata centrale. Acciaio affilato fende il cielo, Kabar risponde in due tempi; smorza di spada e blocca di klit.

Di nuovo stallo, pressione, confronto. Kabar ansima, Santory non sembra nemmeno respirare.

È forte e veloce il Kruler, troppo per Kabar. Condizione atletica prorompente, tecnica eccelsa, ma meno esperienza. La chiave di Kabar è proprio quella: Santory non conosce altre scherme.

È il limite storico dei Kenju di Tenpasar, del resto. Continuamente in guerra, ma tra loro. Tutti con lo stesso codice e filosofia, e la medesima scuola. Molto diversa da quella della spietata frontiera d’Eriadon.

 

Kabar disimpegna, si flette di lato e scaglia un calcio al ginocchio di Santory. Preoccupante scricchiolio dell’articolazione. Un’impercettibile traccia di reazione sul viso del Kruler, e un passo all’indietro.

Falciata orizzontale di Kabar, Santory si volta su un lato e para di retrofilo. Il klit di Kabar sibila verso il fianco scoperto dell’avversario. Nuovo svolazzo della tunica Kenju rapido come un battito di ciglia, Santory. Posa speculare e parata ribadita.

Kabar mantiene l’impegno sulla lama ricurva dell’altro facendo leva sul klit e subito intravede una falla nel granitico avversario. Lascia partire la spada in un affondo basso e sulla gamba di Santory ruscella sangue.

Più di una traccia sul volto del Kruler; adesso è una smorfia contratta, anche se è solo per un istante. Poi è la violenta torsione dei polsi che stringono la spada, violenta e inattesa; il klit di Kabar vola lontano. L’aducau invece resta, impugna a due mani mentre evita un fendente di Santory. La lama Kruler lancia un sibilo sinistro, ma passa, innocua, e Kabar livella la spada e affonda.

Punta aducau entra. Punta aducau esce.

La lama Kruler cade a terra. Santory no. Estratta la spada, Kabar la lascia per sostenere il corpo morto del campione con un fiero abbraccio.

Con delicatezza, poi, lo adagia supino sul selciato.

La corte del Gheneral, assiepata lungo il perimetro dello spiazzo circolare, mormora confusa. Ammirazione e plauso soffocati dal terrore di offendere lo sconfitto signore.

Il Gheneraal si muove con lentezza dalla posa rituale. Il busto eretto pare appena più curvo e il suo sguardo meno indifferente. Si alza in piedi.

Menggirangkan, Ibu Kabar, e una luna di stanzìa nei domini di Ienos.”

Dedica un’occhiata di disgusto al cadavere di Santory e si ritira.

Kabar si china sul corpo esanime dell’avversario e raccoglie una manciata di terra. È grigia e ghiacciata, e gli ci vuole qualche momento per sbriciolarla. Dopo averla sfarinata sul petto di Santory, muove le labbra impercettibilmente e si appoggia i palmi paralleli sul volto. È una preghiera quella che sussurra.

 

 

 

Written by Antonio

27 f, 2007 a 3:45 pm

Una Risposta

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