Esquisse – il blog di antonio consoli

Prose sparse: Dalla Neve, Manuel Finelli (seconda parte)

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Dalla neve (seconda parte)


“Dalla neve.” Dung, il vecchio maniscalco storpio disse proprio così, quando poi gli chiesero come avesse incontrato lo straniero.

“Dalla neve; sembrava che fosse sbucato dalla neve.”

 

Il peggior inverno degli ultimi cinquant’anni stava ricoprendo il Tenpasar con una spessa coltre bianca. Il continente era paralizzato. Impossibile fare uscire i carriaggi dai centri urbani e gli spostamenti erano lasciati agli uomini a cavallo con tempi di percorrenza proibitivi. Sotto la tormenta, solo le turme del Gheneraal di Ienos si muovevano tra un centro e l’altro. Le roccheforti dovevano essere approvvigionate, l’ordine mantenuto. L’attacco da nord, da Moont, poteva essere imminente.

Intanto, era da più di sessanta giorni che nevicava senza sosta; con intensità variabile, la neve continuava a cadere. Le scorte si esaurivano, magazzini e granai si svuotavano. I lupi, divenuti più coraggiosi, trovavano sempre più spesso il modo di saccheggiare stalle e ovili.

A sud sul fiume Arbor, veloci blocchi di ghiaccio scendevano verso il mare: danni per molti ponti e guadi resi impraticabili. Ogni paese era isolato, in balia del saccheggio sistematico della soldataglia la cui ferocia non subiva i rigori dell’inverno eccezionale.

 

Dung acuì lo sguardo, cercando di penetrare la fitta nevicata. Era troppo vecchio per spaventarsi, però la sagoma bianca che gli si stava facendo incontro aveva tutto l’aspetto di un fantasma.

“Ti lascio il cavallo, vecchio.” Disse lo sconosciuto.

Un ampio cappuccio bianco gli nascondeva il volto.

“Certo, signore.” Rispose Dung, afferrando al volo l’oggetto che il cavaliere gli aveva lanciato.

Era un dischetto d’oro.

“Per quanto vi fermate?”

“Tutto il tempo necessario.” Ribattè l’uomo, scendendo da cavallo. “Indicami la locanda.”

Dung si sporse fuori dall’officina e alzò il braccio, “Laggiù. La Rosa Nera, si chiama. Troverete da dormire e da mangiare. Non vi posso accompagnare, perché il padrone non vuole vedermi nel suo locale.”

“Come mai?”

Il vecchio abbassò lo sguardo, “Sono un mezzosangue…”

“Capisco.”

“In ogni caso, non aspettatevi nulla di eccezionale, di questi tempi.” Avvertì Dung.

“So accontentarmi, vecchio. Tratta bene il cavallo… So anche essere esigente.”

“Non vi preoccupate, vostra signorìa. Il cavallo è in buone mani.”

“Bene.”

Lo straniero si mise in spalla la sacca da sella e uscì nella tormenta confondendosi nel turbinio di neve; lui, ammantato di bianco.

Dung afferrò la cavezza del destriero e lo condusse nella parte più calda della stalla. Osservò il marchio, vicino alla sella, ma non lo riconobbe: due spade incrociate sullo sfondo di una mezzaluna.

 

Dentro la locanda faceva caldo. Un paio di grosse stufe arroventavano l’aria mantenendo in temperatura i pentoloni delle zuppe.

In un camino dall’ampia bocca ardevano un paio di ceppi monumentali.

Ngai, l’oste, passava tra i tavoli e riempiva di idromele i boccali a chi gliene faceva richiesta.

In un angolo, vicine al focolare, sedute a un tavolo bisunto, due prostitute passavano il tempo sorseggiando sidro e masticando radici di nagumidan. Non c’era ombra di clienti, quel pomeriggio, così come nei due mesi precedenti.

La porta si spalancò, lasciando entrare una folata di vento misto a neve, che fece voltare il capo a tutti gli avventori. Una sagoma candida si stagliò contro lo sfondo ceruleo del cielo ghiacciato.

Il nuovo arrivato avanzò, lasciando che la porta si richiudesse da sola. Gli speroni tintinnarono verso il bancone delle bevande. Oltre il piano di quercia consunta, l’oste aspettava guardingo.

“Ho bisogno di una stanza.”

“Per quanto tempo?”

“Due giorni, forse tre, forse di più. Dipende…”

“Da cosa?” Si lasciò sfuggire il gestore.

Lo straniero ripiegò indietro il cappuccio, “Dalle domande e dalle risposte.”

Il tono della voce era basso, ma la sensazione che ebbe il taverniere fu di aver ricevuto uno schiaffo in volto.

Lo straniero era un bell’uomo, alto e muscoloso. L’obliquo taglio degli occhi contrastava con il loro colore: un verde opalino, quasi trasparente.

La pelle era olivastra, di chi veniva da fuori, da lontano. Etnìa estranea ma, pur essendo tutti gli avventori di etnìa Kruler, pura e razzista, nessuno osò sbeffeggiare il nuovo arrivato.

“Tutte le stanze sono vuote, di questi tempi. Puoi prendere quella in fondo al corridoio. Due corone al giorno, compresi i pasti. Sono quattro corone di anticipo…”

“Mi sta bene. Tieni queste, intanto, poi si vedrà.”

Lo straniero appoggiò dieci corone sul bancone, attirando l’attenzione delle due ragazze vicine al camino.

Una sgomitò e si diresse verso di lui.

“Ho sentito che hai preso una stanza. Vuoi che ti scaldi il letto?”

“Ho bisogno di riposo, non di compagnia. Grazie lo stesso.”

L’uomo afferrò la chiave, caricò la sacca sulle spalle e si avviò verso il corridoio.

Mentre richiudeva la porta, alle sue spalle sentì la ragazza commentare, “Meglio così. Preferirei darla a un cavallo bolso piuttosto che a uno con la pelle color dell’ocra.”

Lo straniero sogghignò ed entrò nella stanza.

 

*****

Cenò in un tavolo d’angolo, tenendo di fronte la porta d’ingresso.

Mangiava a piccoli bocconi uno scadente stufato di piccioni; l’idromele che gli avevano servito si accompagnava al pasto.

Dopo essersi svuotata per la cena, la taverna era tornata ad affollarsi e l’aria si era riempita di un pastoso vociare interrotto dalle bestemmie dei giocatori di dadi.

L’uomo vestito di bianco finì il piatto, ordinò un’acquavite, estrasse una Foglia di Avalait e l’accese, aspirando lentamente il fumo, senza fretta.

L’ampio mantello candido lo faceva risaltare nell’atmosfera tetra del locale.

Si guardava attorno, con apparente disinteresse.

Le due ragazze, ancora vicine al camino, lo valutavano. Di etnìa inferiore che fosse, era un bell’uomo, e con un borsello rigonfio.

Il chiacchiericcio, con lo scorrere dell’idromele, divenne fastidioso.

Lo straniero spense quello che restava della Foglia e fece per alzarsi, quando la porta si spalancò e il vecchio maniscalco precipitò nel locale, incespicando sui due gradini dell’entrata.

“Cosa ci fai qua dentro! Dung, quante volte ti ho detto di girare…”

Il rimbrotto dell’oste rimase nell’aria.

Sulla soglia, la sagoma imponente di un militare contro il buio del cielo notturno.

“Versa da bere alla mia guida.” Ordinò un ufficiale della milizia entrando nella locanda; tre armigeri al seguito, nessuna buona intenzione.

Lo straniero stava per varcare la porta del corridoio quando il nuovo venuto lo richiamò.

“Hey, tu, fantasma! Non ti ho mai visto prima. Fermati con noi.”

Così dicendo l’ufficiale rovesciò un boccale di birra sulla testa del vecchio Dung e berciò ai suoi sgherri: “Il debito con il mezzosangue è pagato. Buttatelo fuori.”

I soldati afferrarono il vecchio storpio e lo gettarono oltre l’ingresso, sghignazzando.

L’uomo vestito di bianco si sedette con movimenti misurati, fissando in volto il capitano.

“Noi due adesso ci conosciamo meglio.” Disse l’ufficiale.

Poi rivolto ai soldati, “Requisite quello che trovate in dispensa e caricate tutto sui cavalli. Io ho da fare.”

Sotto gli occhi inespressivi del forestiero riempì due bicchieri. Vuotò il primo con un lungo sorso, mentre il secondo lo allungò all’uomo vestito di bianco facendolo strisciare sul tavolo.

I due si scrutarono.

“Nell’impero di Tenpasar gli stranieri non sono benvenuti.”

“Il calore della vostra accoglienza è famoso.”

“Benvenuti per niente… Soprattutto quelli spiritosi.”

L’altro tacque, ma senza abbassare lo sguardo.

“Da dove vieni?”

“Da sud.”

“Ah! Da sud… Quasi tutti vengono da sud!” L’ufficiale ragliò un riso grossolano, per un attimo, poi tornò serio. “Da sud va bene, ma da dove, in particolare?”

“Eriadon.”

“Demoni e sangue! Ma c’è la guerra laggiù.”

“La guerra è dappertutto.”

“Non qui. Siamo un regno tranquillo.”

Tranquillo come un cadavere, fu il pensiero di molti avventori.

“Si combatte in ben quattro continenti. Una Guerra Sacra è di chiunque.”

“Gli stranieri non sono benvenuti, qui.” Rispose impettito il capitano. “In particolare quelli che sputano sentenze.”

Di nuovo l’altro non replicò. Di nuovo, il suo sguardo fissò quello arrogante dell’ufficiale.

Alle loro spalle i soldati perpetravano il saccheggio come da programma.

“Motivo del tuo viaggio in Tenpasar?”

“Motivo personale.”

Il capitano stirò le labbra in un sorriso perfido. “Non esiste nulla di personale qui. Tutto appartiene all’Impero. E agli uomini che ne tutelano la legge; uomini come me.”

“Filosofia discutibile. Ma non mi riguarda, non sono venuto per fare politica.”

Una smorfia compiaciuta, il capitano. Impassibile, lo straniero.

“Motivo del tuo viaggio in Tenpasar.” Ripetè meccanicamente il Kruler.

“Cerco una persona.”

“Qui a Ienos? Dove?”

“Nella rocca del Gheneraal.”

“Addirittura nella cittadella del nostro beneamato signore! Tu, uno straniero, in un periodo come questo? Potresti essere una spia o, peggio, un sicario. C’è una faida in atto con la provincia di Moont, non lo sapevi?”

“Vi ho detto che la politica non mi interessa.”

La smorfia degenerò in una risata. Il capitano si guardò intorno. I suoi uomini avevano completato la razzìa e si erano raccolti intorno a lui.

Si avvicinò allo straniero e gli appoggiò con violenza una mano guantata di ferro sulla spalla. “In questo caso, permettici di scortarti.” Disse lapidario con un cenno del capo rivolto ai suoi uomini.

Prima che lo straniero potesse muoversi gli armigeri gli furono addosso. Gli tolsero il cinturone con la spada e il klit, il robusto stocco dalla lama triangolare, e dopo una veloce perquisizione lo tirarono su di peso.

Di nuovo la pesante mano del capitano artigliò la spalla ammantata di bianco.

“Anche se dubito che in prigione incontrerai la persona che cerchi.”

Written by Antonio

21 f, 2007 a 12:56 pm

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