Esquisse – il blog di antonio consoli

Prose sparse: Dalla Neve, Manuel Finelli (quarta parte)

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Dalla neve (quarta parte)

 

Dalla neve, il bianco sceso dal cielo per giorni e giorni, senza sosta. Grigio tutto il resto, oppresso ostaggio delle coltri di nubi. E freddo, invisibile vento freddo a congelare ogni cosa ed ognuno.

Il Gheneraal può dormire tranquillo per qualche giorno ancora; un attacco da Moont è impensabile in queste condizioni.

Kabar teneva la fronte appoggiata al gelido vetro del nuovo alloggio. Il padrone della locanda lo aveva spostato di camera subito dopo il duello.

“Omaggio della casa.” Aveva detto strizzando l’occhio. L’umiliazione del Gheneraal era stata una soddisfazione per molti. La prima dopo molto tempo.

La stanza adesso era lontana sia dai fumi delle cucine che dal chiasso del salone e regalava una generosa vista sulla campagna verso nord. Nessuna costruzione sulla linea dell’orizzonte, solo qualche torre di guardia dispersa in un nulla ovattato. E sullo sfondo, molto lontana, la Cordigliera di Dy, le impenetrabili montagne che separavano il territorio settentrionale dal resto del continente e dalle egemonie dei Gheneraal. Tra Ienos e la Cordigliera, Moont, ultimo e controverso avamposto dell’impero.

Tenpasar odiava il suo nord. Non solo perchè le risorse di cui disponeva erano inaccessibili, ma perchè era da lì che il perfido Boor spirava portando il gelo di inverni sempre troppo lunghi.

Kabar ripensò a quanto aveva sentito, tra un sussurro e una confidenza, riguardo l’illuminato Gheneraal di Moont e l’imminente scontro tra la rivoluzione dei giusti e l’obsoleto strapotere dell’impero. Per una volta non sarà tutto male quello che viene da nord. Troppo il tempo sotto questo sistema marcio ed iniquo. Sarà un bel momento quando cambierà. Un momento epocale che potrebbe valere la pena vivere. Una causa per cui potrebbe valere la pena morire.

Kabar, si accese una Foglia di Avalait e ripensò a Sayam, un amico lontano, che come lui aveva voltato le spalle alle cause per cui morire e ai momenti epocali. La Foglia gli parve più amara. “La  Guerra Sacra è di tutti” aveva detto all’ufficiale Kruler. E aveva mentito. Non era certo la sua. Non più. Lui aveva fatto molto, anche troppo, mentre gli agnelli erano mutati in lupi, e i lupi erano diventati ancora più feroci. Impossibile capire quale fosse la parte del giusto. Impossibile lo schierarsi in un conflitto così totale. Non c’erano i buoni da una parte e i cattivi dall’altra. C’era solo la morte, ovunque, e lui ne aveva vista anche troppa, per nulla. Vista e causata, fino a quando se ne era tirato fuori nauseato.

Dedicò uno sguardo amareggiato alla campagna di Ienos: quieta e serena, per poco, poi il caos e gli orrori degli uomini sarebbero giunti anche lì.

Sono qui per Sefana. Le iniquità di Tenpasar non mi riguardano. Anche se il Gheneraal di Moont appare migliore, un padrone per un altro non cambierà nulla. Gli uomini non muteranno la loro malvagità. E le cause, le rivoluzioni… Tutto inutile, tutto illusione.

“Sono qui per Sefana, e basta.” Sibilò tra i denti per fugare ogni dubbio. Aprì la finestra per gettare la Foglia e un violento schiaffo di vento entrò nella stanza. Alle sue spalle la porta sbattè con fragore.

Kabar si voltò di scatto, presenza percepita, la sua mano che corre al klit nella cintura, la sua mano che si ferma quando vede.

Presenza sì, ma non estranea.

“Sefana.”

“Il Gheneraal ha detto che mi cercavi.”

Tono gelido, eco che spira dalla neve.

“Ti cercavo.”

“Perchè?”

“Quando ho raggiunto la carovana del mio clan pensavo di trovarti lì. Mi sbagliavo. Non c’eri.”

“Sono rimasta due mesi, poi me ne sono andata.”

“Mi hanno detto che ti hanno accolto con riguardo. Mi hanno detto che ti hanno trattata come una di loro, fin dall’inizio. Mi hanno detto che potevi costruirti una nuova vita.”

“Sì, tutto vero. Anche la vita che mi offrivano. Troppo vera, e io ne avevo abbastanza di realtà, quello che mi serviva erano sogni.”

“Venni in Nemedia per offrirti un’alternativa. Un modo per uscire dalla prostituzione, per scampare a un futuro squallido.”

“Ci ho provato. E te ne sono grata. A te e al tuo clan. Ma non era quello di cui avevo bisogno.”

“Che invece sarebbe?”

“Una vita come quella che ho qui. Questo era quello che avevo sognato quando mi vendevo per pochi spiccioli ai marinai ubriachi dei porti nemediani. E la tua alternativa non me lo offriva.”

Kabar la guardò sconsolato. Sefana era bella e giovane. Molto bella e molto giovane. L’incarnito si era schiarito dopo tanti mesi in Tenpasar, ma il fascino dei Kruler del mare era forte in lei. Era più donna, ora, soprattutto negli occhi. Cresciuta e più consapevole. Meno vittima, e più carnefice, di sè stessa soprattutto.

Sprezzante, lo fissava con un’espressione indecifrabile.

Kabar scosse il capo. Riteneva l’aiuto che le aveva fornito come una delle poche cose veramente riuscite della sua vita. Duro lo scoprire un ulteriore fallimento quando ci si sente già sulle spalle il peso di troppi sbagli.

Sul viso della ragazza passò un’ombra di benevolenza, subito fugata da un tono aspro.

“Dovevo alzarmi ogni mattina all’alba e con le altre andare a mungere le capre per poi preparare la colazione per gli uomini.

Se non era giorno di viaggio, mentre loro mangiavano, noi rassettavamo le tende. Poi si usciva per lavare i panni e… e così fino a sera. Tra una mansione e l’altra. Ogni giorno sempre uguale. Cambiare campo più volte al mese, ma compiere sempre e dovunque gli stessi atti. Vivere nomadi! – Storse la bocca in una smorfia. – Vi credete più liberi degli altri, ma sono così tante le incombenze a cui far fronte che divenite liberi da tutto tranne che dalle vostre scelte. E a pagarne gli oneri sono soprattutto le donne, ovviamente.”

“Non è una vita facile, non è comoda, ma è tranquilla, è… pulita.”

Sefana si avvicinò e gli prese il mento con un gesto brusco. Le sottili dita affusolate ad artigliare una bocca che non sorrideva da troppo tempo.

“E invece io sono sporca, perchè sono una puttana, vero? Quello ero e quello sono ridiventata. Ma è meglio essere una puttana che una schiava che puzza di capra la cui massima aspirazione sia sfornare quanti più figli possibile per il bene del clan.”

La mano di Kabar la fece tacere con uno schiaffo che stupì entrambi.

Era la prima volta che colpiva una donna e sentì un nodo stringergli la gola. Lei non abbassò lo sguardo. Né attenuò la grinta gli scintillava negli occhi.

 “Senti Kabar, ci ho provato, va bene? Il tuo è stato un bel gesto, nemmeno mi conoscevi… E io ci ho provato. Ma la vostra vita non fa per me. Ho bisogno di altro, te l’ho detto. E qui l’ho trovato. Se volevi metterti il cuore in pace, l’hai fatto. Ti sei preso la briga di viaggiare fin qui, hai addirittura rischiato la vita in un duello e infine abbiamo parlato. Grazie, grazie ancora. Ora puoi ripartire.”

Si voltò con un’alzata di spalle verso la porta.

“Non sono venuto per lavarmi la coscienza.” Sefana si fermò. “Sono venuto per portarti via.”

Negli occhi di lei la grinta diviene furia.

“Non sei il mio padrone. Non puoi decidere tu per me, cosa sia bene e cosa non lo sia.”

“Hai ragione. Il tuo padrone, quello che decide tutto, è un bastardo che affama la gente anche per pagare i tuoi agi, i tuoi capricci. E continuerà a farlo, a lungo magari, fino a che ne avrà voglia. Sei una bambina adesso; quando crescerai, o una più giovane verrà a prendere il tuo posto, ti getterà come una bambola usata senza niente in cambio. Ti ritroverai sfiorita, svuotata e senza nessun posto dove andare. Non sono venuto a portarti via dal lusso, sono venuto a darti un destino, qui hai solo dannazione.”

“Mi fai schifo Kabar. Sei uno di quelli che crede di poter determinare la vita degli altri perchè solo tu sai cosa sia giusto. Invece non sai proprio niente. Non ho aspettato te per rifarmi una vita. Ci ho pensato da sola ed è questo che non puoi accettare. Io non vengo da nessuna parte. Ho i miei motivi per restare. Più importanti di gioielli e vestiti, motivi che non ti riguardano.”

Sefana si zittì. Prese un lungo respiro. Strinse le labbra di rabbia fino a che divennero bianche.

Lo guardò un’ultima volta, tornò a voltarsi e si avventò sulla porta.

Kabar scattò e le prese un braccio.

“Tu vieni via con me.”

“Se non mi lasci subito mi metto a gridare e dico che mi hai violentata. Se fai del male alla concubina di un Gheneraal avrai l’esercito dell’impero alle costole. Fossi anche il migliore guerriero del mondo, la via per il mare diverrebbe lunga…”

L’avrebbe fatto. Kabar lo capì subito. E la lasciò. Non aveva paura del Gheneraal e neanche di tutto l’esercito di Tenpasar. La lasciò andare perchè Sefana era ormai fuori dalla sua portata. Lui non era niente ai suoi occhi. Nessuno era più niente per lei, nemmeno se stessa.

Un’infinità di anni erano trascorsi dall’ultima volta in cui Kabar aveva pianto. Non sapeva più nemmeno che sapore avessero le lacrime. Se lo ricordò subito, e con immagini sfuocate la vide uscire dalla stanza e imboccare le scale. Anima perduta nel gelo di un cuore che, come ogni cosa che avesse valore in quelle terre maledette, era rimasto soffocato dalla vita, e dalla neve.

 

 

*****

Lampo accecante, una frustata di spine mi sconvolge il cervello. Un male tremendo. Respiro; provo a farlo.

Ieri hanno saltato il giro. Forse per via dello scompiglio causato dalla sconfitta di Santory. Quanto avrei voluto esserci! Ammirare la faccia boriosa del Gheneraal che si affloscia quando gli rompono il gingillo preferito davanti a tutta la corte. E uno straniero, poi… Anzi, meglio, un straniero con la pelle scura! Pensa che umiliazione per il tiranno! Quanto mi sarebbe piaciuto esserci. E invece qui ero, qui sono rimasto, qui rimarrò fino al giungere della mia ora. Non credo dovrò aspettare ancora molto.

Ieri hanno saltato il giro. Oggi no, per niente. Sono arrivati, e con una variazione sul tema. Basta percosse: troppa fatica e nessun risultato. Meglio qualcosa di più raffinato, come questo ferro al calor bianco che mi scava dentro. Non è dolore quello che sento, è qualcosa al di là di ogni ragione; qualcosa che si impasta con l’umiliazione di venire marchiato come una bestia. Una bestia ostinata che continua a dire di no.

Quel nome non lo avrete, bastardi. E già avverto nella vostra voce la crescente paura del fallimento. Non avrete quel nome e non riuscirete a impedire che il prezioso Gheneraal vi venga assassinato sotto gli occhi. Anche la vostra faccia vorrei vedere quel giorno.

I compagni della Società mi hanno fatto pervenire un messaggio. “Resistere”.

Ha smesso di nevicare e il Gheneraal di Moont è pronto da un paio di settimane. Qualche giorno ancora e marcerà su Ienos. “Resistere,” dicono i compagni. E intendono “tacere”, più che “sopravvivere.” Hanno ragione: tutti siamo sacrificabili, solo la causa conta.

E io resisto. Per il Gheneraal di Moont e il futuro che porterà. Per i compagni che sono caduti finora. Per sputare in faccia ai miei aguzzini sopravvivendo alle loro torture. Ma soprattutto per te, amore mio prezioso. Per la fiducia che hai riposto in me, per la tua mano che avvelenerà il tiranno di Ienos e per l’amore che ci unisce, che ci unirà per sempre.

Per te, Sefana.

Io di nuovo mi rialzerò.

 

 

Bangkok, 24 agosto 2007

Manuel Finelli

 

 

 

Nota a margine :

 

 

Durante il duello letterario di “Cose dell’altro mondo” l’amico avversario Michele Rocchetta lasciò sulla strada di un mio mondo un’idea orfana e incompiuta, con il provvisorio titolo “dalla neve.”

Questo racconto è il mio modo per adottare quelle pagine e portarle a compimento sulle onde delle emozioni che una canzone non smette di trasmettermi da anni, ogni volta che l’ascolto.

Le strofe anarchicamente tradotte di “I’ll rise” di Beh Harper accompagnano questo racconto che si sviluppa intorno a personaggi di un mondo altro dove, come in quello nostro e reale, l’ingiustizia impera e tenta invano di schiacciare tutti coloro che si ostinano a dire NO e che continuano ad alzarsi malgrado le inevitabili sconfitte (http://www.youtube.com/watch?v=lkKMUqqRMxg)

A Michele il riconoscimento per un caro amico, a Ben Harper la gratitudine di un ammiratore.

A chi continua ad alzarsi e dire no, il mio plauso inutilmente solidale e sinceramente commosso.

 

Written by Antonio

29 f, 2007 a 12:21 am

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