Esquisse – il blog di antonio consoli

lug-ago 07: Ultimo parallelo, Filippo Tuena

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Ultimo parallelo, Filippo Tuena

Editore Rizzoli, 2007

Premio Viareggio 2007

Il commento di Filippo Tuena

[Riporto qui un intervento che Filippo Tuena mi ha fatto pervenire via mail, intervento che segue i commenti che Ultimo parallelo ha ricevuto negli ultimi giorni e che giova ad alimentare la discussione intorno a questo libro importante. li.]

E’ proprio il caso che intervenga. Lo faccio un po’ imbarazzato perché i vostri commenti vanno oltre i giudizi di lettori anche appassionati. Io di fronte alla parola capolavoro mi tiro da parte, come se non mi competesse. Arrivo al massimo a giustificare un “bellissimo” e più ancora “trascinante”, “emozionante” che, come vedete, sono aggettivi che sottendono la magia della lettura, quel condurre altrove il lettore a compiere un viaggio imprevedibile. Insomma, facciamo finta di non aver letto quella parola – anche se l’ho letta e ovviamente, mi riempie di soddisfazione.

Adesso vi racconto una cosa. Avevo una paura fottuta che il libro fosse mancato, che avessi rischiato troppo e che quanto di buono credevo d’averci messo si fosse dileguato nelle pagine, in quella struttura scoordinata, che poi alla fine tanto scoordinata forse non è.

Io non ce la faccio più a scrivere romanzi di fantasia, mi accorgo che di fronte alla scelta di un nome per il protagonista qualunque storia si arena, qualunque bel progetto si disperde. Così sono costretto ad andare in giro a cercare storie, e a innamorarmi di quelle storie. Forse questa condizione perfetta – l’essere innamorato – traspare nei miei libri e arriva anche al lettore. Non so spiegarmi altrimenti la passione che suscitano. E’ vero, ogni tanto mi capita di sentire voci discordanti. Ricordo, entrando alla conferenza stampa del contestatissimo Viareggio, un giornalista affermare a proposito del mio libro: “fregnacce” e in un blog si legge: “Ultimo parallelo – lettura abortita”. Ma insomma, quando si pubblica si corre il rischio di scontentare qualcuno. E se c’è qualcuno che esagera con “fregnacce” forse ci può stare qualcuno che esagera con “capolavoro”.

Ma quello che veramente mi fa piacere di tutta questa faccenda è di aver suscitato l’entusiasmo di lettori che non conosco – anche se ormai dopo avermi letto, credo che loro mi conoscano – e che dicono la loro in questo mondo dei blog che mi è un po’ lontano. Cinzia Pierangelini si scorda delle faccende domestiche, Renzo Montagnoli scrive interventi dovunque, Luca Intona salta di contentezza perché ho intrattenuto con lui una corrispondenza via mail. Nicola mi paragona a De Lillo. Marco Salvador legge il mio libro mentre scrive il suo (cosa complicatissima leggere altri romanzi mentre si scrive il proprio. Io non riesco più a farlo). Poi ci sono gli amici o i lettori di vecchia data che intervengono con affetto. E i critici: Serino vi ripaga il libro se non vi piace. Alessandro Zaccuri – che ha pubblicato quest’anno un grande libro finalista al Campiello – rivendica una sorta di primogenitura nelle recensioni. Grazie a questo libro amici che non sentivo da anni, compagne del liceo (roba di quasi quarant’anni fa) mi scrivono e si rinsaldano amicizie mai sopite. Sapete, quando si rincontra un vecchio amico il tempo sembra non essere passato, si ricrea immediatamente la stessa complicità che si era capaci di creare giocando a pallone o suonando in una jam-session fino all’alba.

Davvero un libro sa produrre tutto questo? E se lo sa creare, in fondo, che c’importa se il grande pubblico latita, se alcuni critici di professione lo ignorano? Ne ho bisogno? Via, non è questo quello che conta.

Per questo, la lettera che doveva essere un intervento critico sul rapporto tra lettori e libri è diventata qualcos’altro, meno accademico e più sentito.

Insomma, vi ringrazio dell’appoggio e dell’entusiasmo. Siamo pochi? E chissene frega. Come diceva Shakespeare – è una frase che mi piace che ho citato anche nel libro: We few. We happy few. We bunch of brothers. Traduco: Noi pochi. Noi pochi felici. Noi manipolo di fratelli.

Grazie ancora

Filippo Tuena

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Written by Antonio

4 f, 2007 a 3:22 pm

10 Risposte

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  1. Come ha scritto Gian Paolo, è un autentico capolavoro, al punto che ho scritto una recensione che trabocca entusiasmo.

    Renzo Montagnoli

    11 f, 2007 at 1:32 pm

  2. Occorrono capacità e coraggio per scrivere un libro simile. Per la prima mi dilungherò più avanti, per il secondo invece preferisco parlarne subito.
    Premetto che, nella mia ignoranza, non avevo mai letto nulla di questo autore e se ho provveduto in parte a riparare questa negligenza lo devo soprattutto a Gian Paolo Serino, il cui articolo in proposito apparso su Satisfiction mi ha convinto della necessità di acquistare e leggere questo romanzo, ma non perché ha vinto il premio Viareggio, bensì per l’entusiastico consiglio di lettura del critico milanese, di cui condivido spesso i giudizi.
    Ho parlato prima di coraggio e in effetti ne occorre per proporre una storia, vera, di esplorazione, genere stranamente non tenuto in considerazione dai lettori italiani; inoltre è un’opera di elevato livello culturale che cozza contro il generale appiattimento dell’attuale narrativa italiana, portata, nel migliore dei casi, a una lettura d’evasione adatta a un pubblico da tempo abituato a fiction e a reality che, di certo, non costringono a spremere le meningi.
    Di ciò l’autore è ben consapevole perché altrimenti non avrebbe usato un linguaggio erudito, non avrebbe approfondito certi aspetti della vicenda, indifferente quindi alla ricerca di un eventuale successo commerciale.
    Filippo Tuena ha inteso scrivere un prodotto culturalmente molto valido, ben sapendo che ciò da diverso tempo è negletto e il risultato è stato un’opera che senza ombra di dubbio può essere definita un capolavoro, alla stregua di quelle dei grandi classici.
    La vicenda trattata è abbastanza conosciuta ed è la tragica spedizione del 1911, condotta dal britannico Robert Falcon Scott nell’Antartide, per la conquista del Polo Sud.
    Però, non solo non se ne era scritto mai in modo così dettagliato ed esauriente, ma addirittura nessuno aveva pensato di ricavarne un romanzo.
    Che cos’è il Polo Sud, se non un punto ideale sulla calotta di ghiaccio che ricopre un continente dell’emisfero australe?
    Battuto da venti impetuosi, gelido, completamente deserto è una terra del tutto inospitale, ma per molti anni ha rappresentato una meta agognata, il desiderio intenso e ossessivo di tanti intrepidi esploratori.
    Raggiungere il polo non era solo una sfida fra uomini e una natura inclemente, ma era molto di più, era la ricerca di se stessi, un tentativo di conoscere il proprio io misurandosi con forze impari.
    Sappiamo dalla storia che il primo a raggiungere il Polo Sud fu il grande esploratore norvegese Roald Amundsen, ma, benché il suo nome appaia in questo libro, non ci è mai dato di vederlo, anzi l’autore lo circonda di un alone da divinità vichinga, sì che ci pare di vedere la sua slitta, trainata dai cani, correre sul ghiaccio veloce come un fulmine e dritta alla meta.
    Lui è il vincitore, è l’uomo che ha sconfitto la natura, ma lo scopo di Filippo Tuena non è di parlare di eroi trionfanti, ma di ipotetici eroi ritornati nei ranghi della debolezza umana di fronte a fatti e a circostanze che, nonostante l’insuccesso, hanno destinato i lori nomi all’eternità.
    Ecco, allora, perchè in questo libro si narra solo della infausta spedizione inglese guidata da Robert Falcon Scott, il cui esito è a tutti noto, ma che nelle parole dello scrittore assurge a dimensioni titaniche, a una sorta di sacrificio umano, quasi il destino degli uomini che perdono la sfida con gli dei.
    E’ stata una lettura sofferta, perché Tuena ha la rara capacità di coinvolgere chi si sofferma sulle sue parole, e così mi sono immerso in immense distese ghiacciate, ho visto uomini stremati che a braccia trainavano le slitte, ho avvertito il gelo entrarmi nelle ossa, mi sono amareggiato con la delusione di essere arrivato al polo non per primo, ho sofferto pene intense lungo la via di un ritorno che non ci sarà, mi sono rinchiuso in una fragile tenda convinto di essere senza futuro, mi sono accorto della presenza ossessiva, giorno dopo giorno, di un uomo in più.
    E questa sensazione dell’uomo in più, che in effetti hanno provato diversi esploratori nei momenti in cui la fatica sembrava insormontabile, tale da esaurire ogni energia residua, ed espressa in una sorta di visione incerta di un altro incappucciato e avvolto in un mantello bruno, è stata abilmente sfruttata da Tuena.
    Infatti, Scott non parla in prima persona, e nemmeno l’autore, ma a rendere estremamente coinvolgente il testo ci pensa l’uomo in più e così è attraverso i suoi occhi che seguiamo l’intera vicenda.
    Al riguardo apro un’ideale parentesi, perché mi sono posto il problema di chi fosse mai questo essere che si crede di vedere, avvertendone la presenza.
    Inizialmente ho pensato alla morte, ma, per quanto non improbabile, non mi convinceva questa soluzione e allora ho interpellato l’autore, al fine di confrontarmi e di avere un’interpretazione autentica.
    In merito, di seguito riporto le precisazioni dell’autore:
    “ Non pensavo necessariamente alla morte, piuttosto a una divinità antartica che si desta con la presenza degli esploratori e si spegne con la loro partenza. Credo che non esistano divinità dove non vivono uomini che le possono vivificare. Più precisamente, riguardo al libro, lo spirito che accompagna gli esploratori, è di volta in volta lo scrittore che ne scrive e il lettore che ne legge perché che cosa siamo noi, quando scriviamo e leggiamo, se non coloro che accompagnano silenziosamente i personaggi di un libro nel loro andare?”.
    Ecco, quindi, un ulteriore elemento che dimostra l’intenzionalità dell’autore di coinvolgere attivamente il lettore e posso dire che ci riesce benissimo.
    Chiudo l’ideale parentesi e ritorno alla trama.
    Demoralizzati per non essere arrivati primi, esausti, sfibrati da mesi di marcia, Scott e i suoi quattro compagni prendono la via per l’eternità, un calvario senza testimoni, ma in parte ritrovato in due diari e in una macchina fotografica, una sorta di epitaffio mancante solo dell’evento finale, di quel trapasso, per stenti e freddo, ormai quasi desiderato come la soluzione migliore per chi ha fallito e sta soffrendo le pene dell’inferno.
    Se nella fase preparatoria della spedizione e nell’avvicinamento alla meta la mano felice di Tuena non solo ha evitato di annoiare il lettore, ma anzi lo ha progressivamente reso partecipe, è proprio nel dramma finale che lo stile, la misurata pacatezza coinvolgono oltre ogni misura, in un lento, crescente, angoscioso stillicidio di eventi, di riflessioni, di tormenti interiori.
    Non scrivo altro, perché Ultimo parallelo, come tutti i capolavori, ha bisogno di essere meditato, assimilato a gradi, con il trascorrere del tempo, per scoprire ogni volta qualche nuova traccia preziosa.

    Renzo Montagnoli

    11 f, 2007 at 1:34 pm

  3. Renzo, grazie per due cose: per aver avviato questo spazio di discussione su di un libro che io ritengo importante e per averlo fatto con un ottimo contributo. Io a giorni inserirò in questa pagina una mia recensione, intanto spero di raccogliere qui altre voci.

    Ciao e grazie!

    luca

    11 f, 2007 at 5:58 pm

  4. bì (alla Camilleri) ma Renzo ha detto quasi tutto… Riguardo al fantasmatico narratore io mi ero fatta l’idea che fosse una sorta di ‘spirito dell’uomo’, una reminescenza delle varie e tante vite spezzate nel freddo, un’affettuoso rivivere di altre vite insomma…

  5. finito, con vero dispiacere… Il narratore come sorta di divinità che esiste nel momento in cui c’è l’uomo e poi torna a sopirsi. Certo. Eppure ha qualcosa d’indefinibile, di animalesco (nel senso buono del termine), di sicuro divinità pagana se di divinità si tratta. Ma poiché il lettore, una volta impossessatosi del libro è anche lui una sorta di terzo uomo, continua a piacermi l’idea che in fondo questa figura rappresenti ‘lo spirito’ dell’uomo nel senso dello spirito dell’avventura, della pietas, della curiosità, della memoria e della mancanza di memoria (assurdamente)…

  6. Grazie Cinzia per i commenti. Filippo voleva intervenire qui, con un commento, ma la sua imperizia con i blog è tale che non ci è riuscito.

    Ho riportato sopra l’intervento che mi ha inviato via mail.

    Rispondendo a un punto del tuo commento, dico che sì, anche io ho interpretato Ultimo parallelo come un viaggio dentro l’uomo, dentro il suo essere e la sua anima. L’avventura, l’azione, il viaggio esterni sono solo un modo, un escamotage che Filippo usa per insinuarsi nelle pieghe dell’animo umano. E ci riesce benissimo.
    Ma anche su questo punto mi piacerebbe che Filippo riuscisse a dire la sua, qui di seguito con un commento.

    lucaintona

    18 f, 2007 at 1:15 pm

  7. Non ho letto il libro, credo che dovro’ farlo. Sento cosi’ dopo quello che e’ stato detto, ma soprattutto dopo aver letto questa risposta di Tuena. Quei versi di Shakespeare finali. me li sono sentiti “fratelli” perche’ quando un libro, un “semplice” libro riesce a creare una comunione, allora lo scrittore ha raggiunto lo scopo unico della scrittura: condividere le emozioni. L’ho sempre pensato, ho cercato di dirlo, lo tocco con mano ogni volta che un amico mi parla di personaggi come se esistessero veramente. Quindi, anche se Tuena non lo conosco e non l’ho letto… lo saluto come un fratello in penna.
    Laura

    Laura Costantini

    19 f, 2007 at 9:32 am

  8. Il fatto è che la scrittura (soprattutto la letteratura) è qualcosa di molto intellettuale, persino artificioso, ma diventa comunicativo quando tocca corde scoperte, condivisibili. A quel punto i libri che leggiamo ci appartengono. Non si tratta di bella scrittura, stile alto, o senso estetico. E’ proprio la vita che entra in gioco. Si finisce per guardarsi allo specchio, che è sempre compiere un viaggio quasi senza fine. Come per gli esploratori.

    Filippo Tuena

    19 f, 2007 at 10:30 am


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