Esquisse – il blog di antonio consoli

La rivolta pacifica dei monaci buddisti

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Già stamane avevo pensato che fosse necessario scrivere almeno qualcosa sulla rivolta silenziosa e pacifica, e per questo ancor più importante e fondamentale, che l’ex-Birmania, oggi Myanmar, vive in questi giorni. Seguendo poi gli strani percorsi della rete, giungo nel blog di un poeta a perdere, e leggo la sua esortazione a offrire sostegno e solidarietà ai monaci buddisti. Penso sia doveroso. Penso dovrebbero farlo tutti.

Del Myanmar sapevo poco. E ora, certo, so poco di più. Ho letto in giro, in passato ho seguito il caso del Premio Nobel per la Pace, Aung Suu Kyi, costretta agli arresti domiciliari da un regime militare tra i più violenti e repressivi della storia. Insomma, niente di più.

Ho visto le immagini della precedente rivolta del 1967 (se non erro), in cui i monaci buddisti si trasformarono in torce per le strade della città. Immagini forti, cruente, di uomini che soffrono in silenzio e pregano, che bruciano avvolti dalle fiamme e sperano intanto che le cose cambino.

Allora non ottennero alcun risultato. Sono passati 40 lunghi anni. Il regime è ancora al potere, fa vittime tra i dissidenti, rinchiude in carcere i politici dell’opposizione democratica, li tortura, li uccide. Riduce alla fame la popolazione, nega ogni forma di avanzamento sociale, di miglioramento delle condizioni di vita.

E allora è importante, fondamentale come dicevo, che in un paese in cui la paura costringe all’immobilità e al silenzio, e impedisce ai comuni cittadini di organizzarsi, una casta “protetta” – come è quella dei monaci – si sollevi, scenda in strada e organizzi un corteo lunghissimo che cresce giorno dopo giorno. Oggi sono in trecentomila, domani saranno di più. L’effetto positivo che tutti auspicano è che domani sia tutto il Myanmar a protestare. “Vogliamo che il popolo venga con noi”, cantano. Bello. Questo pensiero è capace da solo di farmi venire le lacrime agli occhi.

Ricordo a tutti che durante i primi giorni di protesta il regime è intervenuto. Alla sua maniera. Con lacrimogeni e botte. Alcuni monaci sono stati condotti in carcere, e immaginiamo quali torture siano stati costretti a subire. La giunta militare sperava così di soffocare la protesta sul nascere. Ma i monaci sono diventati sempre di più, non hanno ceduto. Hanno continuato a cantare, a esortare il popolo, si sono radunati davanti agli edifici di culto più importanti delle città principali e hanno invitato la gente non alla protesta ma a pregare con loro. Adesso il regime e i militari attendono. La fine.

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Written by Antonio

24 f, 2007 a 4:34 pm

Pubblicato su myanmar

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