Prose sparse: Dalla Neve, Manuel Finelli (prima parte)
Più che trentenne bolognese, da quasi dieci anni lavora per i diritti dell’infanzia, narra di ideali e vive, in altri continenti, per tutte queste cose insieme. Al momento in sospeso tra Siam e Africa occidentale, continua a credere in molte potenze, soprattutto in quelle dei bambini.
Il racconto
Dalla neve (prima parte)
- Io mi rialzerò -
Puoi trattarmi da animale
Al tuo disprezzo resisterò
Spingimi giù, tu puoi provare
Ma io di nuovo mi rialzerò
Dalla neve. Ogni colpo sembra cadere dal cielo color piombo. Oggi indossa un pugno di ferro ingioiellato, il bastardo. E fa male, una pietra per nocchia; cinque diamanti mi dilaniano la carne. Diamanti e sangue, mai pensato fossero entità scindibili, del resto.
Ciascun colpo ferisce, ma non come vorrebbe, non abbastanza. Possono strapparmi ogni fibra, io non mi piego. Il bastardo lo sa e lo sanno quelli come lui. Per questo sono tanto violenti: hanno paura. Hanno paura e ne avranno sempre.
Dieci. Tutti per me che sono in catene. Il bastardo e altri nove, nella stessa divisa, i suoi lacchè. Due, uno per lato, mi tengono le braccia. Gli altri intorno ridono, sputano disprezzo e sentenze. Sputano perchè hanno paura. Hanno paura di quelli come me che osano alzare la testa. Quelli pronti a perdere tutto, la vita e anche di più, per rialzarsi ogni volta e continuare a dire no.
Non lo capiscono, non lo capiranno mai. E hanno paura, ne avranno sempre.
Vedermi felice lo so ti rattrista
Non puoi credere che sia vero
Io che sorrido come l’artista
Con nelle mani il mondo intero
Alle volte basta una canzone per scatenare la loro violenza. Anche una canzone intonata da un irrequieto maestro di scuola in una locanda semivuota diventa un urlo terribile, quando intorno impera il silenzio del terrore. Quello il pretesto con cui mi hanno arrestato. Basta una canzone per morire, in questa vita tormentata. Basta una canzone per caricare un pugno ferrato, per stringere braccia intorno alla libertà, per sputare disprezzo e sentenze. Perchè una canzone infrange il silenzio di coloro che non capiscono, che non capiranno mai. E quando un giorno la stessa melodia sarà l’intero popolo a inneggiarla unito, loro rimarranno soli e verranno sopraffatti, affogati nel loro sangue.
Arriverà quel giorno, lo so. Anche se oggi il sangue per terra è solo il mio. Mi rimane la canzone, e le sue strofe che ripeto ossessivo per aiutarmi a sopportare.
E puoi colpirmi con le parole
Farmi del male con le tue armi
Io continuo ad alzarmi
Io continuo ad alzarmi
Fa male, molto. Non sento più la faccia, ma il dolore sì, quello lo sento. Mi sembra di impazzire. Anelo il deliquio, questa pena è insopportabile.
Ma possono picchiarmi finchè vogliono, quello che vince resto io. Perchè anche se non mi reggo più sulle gambe, io a terra non ci resto; le mie idee mi sollevano, mi sollevano in alto, più in alto di quanto loro potranno arrivare mai.
Sulle menzogne della tua storia
Su un passato senza memoria
Io continuo ad alzarmi
Io continuo ad alzarmi
Da sempre il potere sono loro. Secoli che l’imperatore, nel suo opulento palazzo, si balocca nel ruolo di burattinaio. Suo il teatro; i Gheneraal, le marionette. Pupazzi condotti con effimeri fili. Avvicendamenti, alterne fortune, le audacie degli uni, le codardìe degli altri.
Quindici i Gheneraal che governano i pezzi dell’impero di Tenpasar. Uno per Kerajaan, le province feudo, e tutti uno contro l’altro. È questo a tenerli uniti sotto i fili del burattinaio.
L’Impero non è entrato nella Guerra Sacra che sta devastando il mondo. L’impero è un alfiere della pace che si tiene lontano dall’inferno. Perchè l’inferno ce l’ha dentro, nell’insaziabile antagonismo che ammorba i Kerajaan e i loro signori.
Così da sempre nel pacifico impero: questa la menzogna della storia per coloro che non vogliono sapere; questo il passato senza memoria di chi non vuole ricordare cosa sia la libertà.
Non è così per tutti. Malgrado secoli di assolutismo ci sono ancora individui con la voglia e la determinazione di dire no. Gente come me; anche se lo sappiamo che fa male quando ti prendono. Fa male, ma è una necessità.
Il burattinaio manovra le marionette e le popolazioni ad esse assogettate. Fila, le sue, tessute in trame di sangue e terrore. I Gheneraal in costante conflitto tra loro rendono indispensabile il ruolo del sovrano, arbitro di un gioco che non può avere regole, se non quella del sopruso.
Unica eccezione, il signore di Moont, il Gheneraal innovatore. L’imperatore dice che sono i gelidi venti del nord a ottenebrarne la mente. Forse è proprio il riverbero delle nevi eterne, invece, ad illuminarla. Neanche duecento miliametri di distanza da qui, eppure è un altro mondo. Un mondo che prova a essere più giusto, che tenta di capire quale sia il modo per uscire dalla barbarie e camminare su una strada che si lasci la miseria alle spalle.
Il Gheneraal di Moont è illuminato e ambizioso, molto ambizioso. Vuole che il modello adottato nel suo feudo diventi quello dominante. Vuole la sua prosperità anche negli altri Kerajaan. Vuole condividere il futuro, e allargare il suo dominio, diventare più potente, forse un giorno sedere sul seggio imperiale. Ma va bene così.
Per questo la nostra Società lo appoggia dall’interno di quella che è la peggiore conservazione di Tenpasar: la spietata tirannia del Kerajaan di Ienos, mia sanguinosa terra natìa.
Cambiare un padrone per un altro va bene, quando il nuovo è migliore del primo. Ma Ienos è troppo potente per Moont, per quello la Società Libera è importante. Noi agiamo dall’interno, creiamo dissenso, lo organizziamo, sabotiamo il resto, resistiamo a ogni costo. La Società fiaccherà le forze di Ienos giorno dopo giorno, fino a quando quelle di Moont apriranno le porte alla rivoluzione.
Una lotta giusta condotta con l’orgogliosa determinazione di chi si schiera contro l’ingiustizia.
Questa la mia causa, la mia passione, il mio dolore. Il cortile delle celle è soffocato da mura impenetrabili e un’aura di minaccia incombente. La neve continua a cadere; la pace del suo candore stride con la violenza rosso sangue che non smette di tormentarmi.
Il capitano ha ceduto il pugno di ferro a uno dei suoi sgherri. Oggi pare mi vogliano finire.
Non mi arrendo, no. Morire sarà l’unico cedimento.
Il nome, quel nome a cui tanto aspirano, non lo avranno; la mia vita piuttosto. Che se la prendano pure, perderanno comunque.
Fa male, da morire. Sacra Madre, è insopportabile, aiutami! Non credevo possibile tutto questo dolore.
La Società si è infiltrata nel cuore della Cittadella. Ma la gente ci segue meno di quanto vorremmo; tra la gente qualcuno ha tradito. Pur se incompleta, l’informazione è trapelata. Hanno saputo del progetto di avvelenare il Gheneraal, ma non di chi sia la mano che colpirà. Quello, il nome che cercano. Quello, ciò che non avranno da me.
E puoi colpirmi con le parole
Farmi del male con le tue armi
Io continuo ad alzarmi
Io continuo ad alzarmi.
“Dalla neve.” Dung, il vecchio maniscalco storpio disse proprio così, quando poi gli chiesero come avesse incontrato lo straniero.
“Dalla neve; sembrava che fosse sbucato dalla neve.”




Bellissimo racconto, ben articolato, quasi un resoconto metaforico di mai risolte vicende storiche, metodi violenti ed atroci attraverso i secoli che non riescono a scardinare del tutto la fede nella giustizia e la sete di verità. Torture e coercizioni ancora attuali, purtroppo.
Aspetto il seguito.
cri
cristina bove
18 f, 2007 alle 7:06 pm
Grazie Cristina per il commento. L’altra puntata sarà on-line venerdì 21 dicembre, e poi si andrà avanti così: due giorni di pausa, il terzo il racconto.
E ti assicuro che il seguito è tutto da leggere.
antonio
antonioconsoli
18 f, 2007 alle 9:25 pm
W la Società libera! W chi, anche se fiaccato nel corpo, continua a resistere. E a credere.
Questo bel racconto credo sia davvero un tributo ai tanti che, per sempre, continueranno a resistere.
Milvia, che attende il seguito.
Milvia
19 f, 2007 alle 2:01 am
Giuro che questo e’ il mio primo blog! non solo a cui partecipo ma che anche guardo (uso internet solo per lavoro e corrispondenza)… Attendo i commenti successivi con molto interesse e un grazie retroattivo o anticipato a coloro che mi leggeranno
Manuel
19 f, 2007 alle 7:54 am