Almeno 80 le vittime di un autentico genocidio culturale

16 03 2008

E’ il Dalai Lama che parla di genocidio culturale.

Siamo di nuovo allo stallo. Il Dalai Lama, dall’esilio in India, scrive che la gente in Tibet vive in uno stato d’orrore permanente. Rivendica la volontà di autonomia dalla Cina, non parla di separazione e di boicottaggio dei Giochi olimpici. Sa che non servirebbe.

La repressione è violenta e si acutizza man mano che trascorrono le ore. Immaginiamo facilmente (e con terrore) le torture riservate ai “ribelli” - come vengono definiti dalle autorità cinesi. Immaginiamo tutta la tragedia di un popolo che chiede solo di essere lasciato in pace e lo fa con gli strumenti della pace, per mezzo della non-violenza.

Segnalo, inoltre, questo interessante articolo scritto da Federico Rampini.





Un commento importante

11 02 2008

Lilli Luini ha lasciato un commento molto bello e interessante nel post in cui ho ri-parlato scritto della situazione in Birmania. Lo riporto qui, tirandolo fuori dalle sabbie mobili dei commenti. Al commento di Lilli io ho risposto di seguito. Se volete intervenire, per prendere la parola sapete come fare.

Quando le cose accadono, c’è una grande risonanza. La risonanza globale.
Poi, il silenzio inghiotte tutto.
Accade qualcosa d’altro, e si torna a parlare.
Quindi cala di nuovo il silenzio. Un silenzio altrettanto globale.
Io non sono più tanto giovane, e ricordo un mondo non necessariamente migliore ma diverso. Dove la guerra nel Vietnam era la prima notizia del TG, massimo la seconda, tutte le sere. Dove la carestia nel Biafra era una notizia costante, seguita. Adesso, una strage in Iraq da 40, 50 morti non merita l’apertura. Ben se merita un servizio a metà scaletta. E il Darfur salta fuori, un trafiletto appena, se - come oggi - 12.000 profughi si riversano nel Ciad. L’hanno detto così, en passant, una strage da 200 morti o più negli ultimi giorni.
Qualcuno ha detto che il cordoglio dura sempre meno.
Qualcun altro sostiene che la gente è egocentrica e che l’interesse è solo di facciata. In parte sarà anche vero. Ma le persone intelligenti sensibili e preoccupate sono tante. E pensano: che ci possiamo fare. E’ proprio questo senso di totale inutilità che blocca tutto, che fa richiudere l’individuo nella propria individualità. Scontento di farlo, ma spinto dall’istinto di conservazione.

La mia risposta:

Una tragedia ne sostituisce un’altra. Un omicidio passa in primo piano rispetto al precedente. Siamo sempre allo stesso punto di partenza: vietato soffermarsi a lungo su un dato problema, bisogna rapidamente passare ad altro, perché la gente(utente/lettore/consumatore) necessita di novità. E che importa se, come dici benissimo e ci tengo a sottolinearlo, 50-100 persone perdono la vita quotidianamente in uno scenario di guerra. Oramai, non ci facciamo più caso: i soliti morti, ecchisenefrega!

Devo confessarti che io mi sono chiuso a riccio nell’ultimo periodo. Fino a qualche anno fa mi sarei infuocato, infervorato, avrei lanciato strali contro tutto e tutti. Oggi sento di dover pensare in primo luogo a me stesso perché qualunque cosa io pensassi di fare, il mondo andrebbe avanti comunque, con le sue dinamiche sbagliate, con le sue storture e i suoi orrori. Se è istinto di sopravvivenza non lo so. So solamente che vorrei non fosse così.

 

Nota 1: i commenti non li ho rivisti, soprattutto il mio che è stato scritto di fretta. Quindi perdonate a me gli errori presenti.
Nota 2: non sono scomparso, solo tutto è diventato un po’ più difficile da seguire!





Di Myanmar non si parla più…

30 01 2008

… Ma sono oltre settecento le persone prigioniere delle carceri birmane.

Min Ko Naing è un attivista pro-democrazia. E’ uno dei pochi coraggiosi che ad agosto ha sfidato il regime e ha contribuito a far scendere in piazza migliaia e migliaia di birmani, compresi i monaci buddisti il cui abito rosso è diventato simbolo della lotta all’oppressione.

Min Ko Naing è adesso sotto accusa per le affermazioni fatte ad agosto a proposito del prezzo del carburante, affermazioni in seguito alle quali è scoppiata la protesta. I legali della National League for Democracy dicono di non conoscere le frasi per le quali il pacifista birmano si trova rinchiuso nel carcere di Rangoon.

Il problema è che ciascuno dei settecento potrebbe rimanere imprigionato per i prossimi sette anni. Sette anni senza alcun capo di accusa concreto.

Secondo l’ONU, la giunta militare ha messo fine alla protesta imprigionando migliaia di persone e uccidendone 31.

Nessuno, però, crede alle 31 vittime. Molto probabilmente saranno diverse centinaia. Ma non è questo che mi preme sottolineare. Il silenzio, che colpevolmente è sceso sulla Birmania dopo la fine della protesta, uccide due volte, tre volte, decine di volte di più di una delle giunte militari più sanguinarie della storia. L’intero popolo birmano, e non solo i settecento detenuti, è prigioniero, osteggiato dall’ombra di un governo oscuro e terrificante.

So che queste parole suoneranno inutili ai più. Il mio rammarico e il mio dolore, vero e profondo, vi garantisco, è essere conscio della loro inutilità.

Nota: questo post è stato pubblicato ieri su LPELS.





Ingrid Betancourt

11 12 2007

Terzo post di oggi. Poi mi fermo.

Cercavo notizie su Ingrid Betancourt, la donna politica colombiana sequestrata e tenuta segregata nella foresta da oltre cinque anni, quando mi sono imbattuto in questo post (invio un saluto al blogger che si firma l’ignoto marinaio, di pittorica e letteraria memoria), che riporta i link verso un sito dedicato alla Betancourt e agli altri ostaggi (che sono molti e anche di loro e delle loro sofferenze bisognerebbe parlare).

Nel sito è possibile anche firmare una petizione. Per quanto possa essere utile (come al solito, i nostri mezzi sono davvero poca cosa di fronte alla enormità di tali tragedie), invito a firmare e a far girare.





Violazione dei diritti umani in Iran

15 10 2007

Mahmoud e Ayaz erano due ragazzi di 16 e 18 anni. O forse di 18 e 20 anni. Poco importa, però. Mahmoud e Ayaz furono uccisi dallo stato iraniano per impiccagione. Era il 19 luglio 2005. Prima dell’esecuzione, subirono 228 colpi di frusta ciascuno per aver bevuto alcolici, disturbato la quiete e per furto.

Mahmoud e Ayaz erano omosessuali. E per questo furono imprigionati, torturati e impiccati.

Le immagini dell’impiccagione mi hanno devastato l’animo. Mi hanno fatto soffrire. Mahmoud e Ayaz sono adesso un simbolo, come lo sono stati tanti troppi altri.

In Iran è in discussione ogni genere di libertà individuale. Come lo è in Birmania, come lo è in Corea del Nord, come lo è in tantissimi paesi dell’Africa che nessuno ricorda mai.

Naturalmente - e mi ricollego a un mio post precedente - anche queste mie sono parole inutili. E me ne dispiaccio. Ma qualcosa possiamo farla. Per esempio, firmando l’appello in questo sito.

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