Le esquissine - Kaddish profano di Francesca Mazzucato

3 06 2008

Ha ragione Gianni Riotta quando scrive: “il miracolo è la scrittura della Mazzucato“. Ti accorgi che Francesca è un’ottima scrittrice già dalle prime pagine di Kaddish profano per il corpo perduto, edito nella collana Aiòn dall’editore romano Azimut.

I protagonisti del romanzo sono una donna, una scrittrice obesa con la difficoltà di accettare questa condizione, la scrittura (cruciale e decisiva, come spesso cruciale e decisivo è lo scrivere), lo scrittore Imre Kertész, fonte d’ispirazione per i luoghi e per la struttura metafisica e psicologica del libro, e una città - Budapest - capitale di un Est da cui partire per un viaggio che è interiore e personale prima che dal valore estetico.

Naturalmente non è tutto qui. C’è il corpo perduto (da ritrovare) del titolo. Ci sono i continui rimandi al passato della protagonista, scrittrice e traduttrice fuori dai “canoni”, fuori dagli schemi di certa editoria che vende prodotti e personaggi femminili alla stregua dei libri che si scrivono. C’è il viaggio, c’è Budapest e i caffé dove la scrittrice trascorre ore intere a riempire taccuini, c’è un compagno di viaggio che è stato e forse sarà ancora una volta un compagno di vita, c’è la necessità di ritrovarlo quel corpo che negli anni è stato umiliato, offeso, offerto al peggior offerente. C’è una prosa che avvolge e fa riflettere.

Nelle ultime pagine, la scrittura di Francesca muta registro e si fa più poetica e potente, quasi risolutiva. Ma qui devo fermarmi. Kaddish profano per un corpo perduto è un libro da leggere. Assolutamente.


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