Prose sparse: I silenzi sospesi, Renzo Montagnoli

11 03 2008

 

Renzo Montagnoli lo conosciamo bene. E’ ottimo poeta e narratore, animatore del dibattito in rete, premuroso conversatore. Per la sezione Prose sparse ha voluto farmi dono del racconto I silenzi sospesi.
Vi invito, questa volta, esplicitamente, a parlare del racconto nei commenti. Sapete che Renzo è lì in attesa, pronto al confronto. Mi piacerebbe che ogni nuovo racconto pubblicato servisse da spunto per una discussione intorno alla scrittura e ai temi che sono propri del mondo letterario del narratore ospite. Iniziamo da qui, se vi va.
Buona lettura!
I silenzi sospesi

“Mi piace venire in questo posto, non appena mi è possibile, ascoltare il silenzio che qui regna sovrano. Chiudo gli occhi e vedo immagini che nessun altro potrà mai vedere: sono ricordi che si riallacciano al presente, volti di cui non ricordo più il nome e che si avvicendano nella mente, oppure sembrano uscirne quasi a strappi, come i coriandoli lanciati per carnevale. S’alternano a visioni di paesaggi di località che non ho mai visto, ma che tanto mi sarebbe piaciuto visitare; sono sprazzi dipinti nel cervello che si compongono secondo l’estro del momento e come le idee che nascono all’improvviso mi provocano un senso di stupore, come l’aver scoperto qualche cosa che era sempre stato lì, ma che i miei occhi non riuscivano a scorgere.

Sì, mai come in questo posto riesco a creare con una forza insopprimibile che ha solo la necessità di un ambiente adatto per poter prorompere.

Passano gli anni, le stagioni si avvicendano, oggi cammino sulle foglie morte, che ancora, svolazzando, cadono dagli alberi.

Gli alberi, così silenziosi, muti, ma che parlano con le loro forme, spesso contorte come se anche per loro esistesse la sofferenza di vivere, loro che ogni anno sembrano morire in questo periodo, per tornare poi a rivivere la primavera successiva.

A me non è concesso un simile privilegio e già l’autunno è in corso, una lunga estenuante stagione che mi intorpidisce lentamente, in un silenzio interno che poco a poco, senza che me ne potessi accorgere, mi ha sopraffatto.

L’unica voce che è in me è quella della mente, appunto con queste immagini che riesce a creare per abituarmi al distacco e così si affievolisce la realtà, le emozioni si smorzano, nulla può turbare questo deserto dei sensi.

Io chiamo tutte queste cose i silenzi sospesi, perché per gli altri non ci sono, ma sono come a mezz’aria, all’intorno, dentro di me, in ogni mia cellula e quando questo stato di equilibrio precario verrà meno ne resterà solo uno, totale, definitivo, di cui non potrò però accorgermi”.

- Venga, Signor Paolini, dobbiamo tornare, si è fatto tardi. La sua visita giornaliera al cimitero dell’ospizio è terminata.

 

“Saranno brave queste infermiere, ma rompono decisamente; è così bello starsene nel silenzio assoluto, in un tempo tutto mio e, tac, ecco che devo per forza rientrare nella quotidianità, in quel vivere civile fatto solo di gestualità ripetute, di abitudini insensate.”

- Si appoggi a me; ecco, così, piano, piano , un passo dopo l’altro e arriveremo giusto in tempo per la cenetta.

 

Sentila com’è gentile e premurosa, ma tutto ha un prezzo; mio figlio vede la soluzione di ogni problema con il denaro e so bene che quelle poche volte che viene a trovarmi le allunga un bigliettino da 100 euro.

Mio figlio, un perfetto uomo d’affari, abile, intelligente, ma senz’anima. Delle volte mi chiedo se è nato così o lo è diventato per colpa mia. Preferisco la seconda soluzione, perché così almeno avrebbe un significato starmene rinchiuso in questo carcere da cui si esce solo con i piedi in avanti, anzi non si esce proprio, perché sono stati talmente furbi che al suo interno ci hanno costruito anche il cimitero, e nel posto più bello, in fondo al parco, vicino al torrente, così che venga voglia di andarci a stare.

Mi ci sto abituando poco a poco: per ora ci vado con i miei piedi, ma poi mi ci dovranno portare e non avrò più al fianco l’infermiera che mastica la gomma americana, si fuma una sigaretta ed è impaziente che finisca la mia ora d’aria. Non sa che la vita è fatta anche di questi silenzi, durante i quali mi accorgo di esistere.”

- Ecco, vede che siamo arrivati; adesso si va a lavare le mani e poi si mette a tavola. Sento un profumino…gran bella cena quella che l’aspetta.

“Se lo dice lei, è segno che s’accontenta di poco. Non che il vitto sia scadente, anzi è di discreta qualità, ma quello che manca ai pasti è il piacere di stare a tavola, quel piacere che ho sempre provato in famiglia.

Allora il cibo sembrava ancor più buono di quello che in effetti era, perché era l’essere insieme che dava soddisfazione, dava un senso a qualsiasi cosa, anche a una necessità fisiologica quale può essere nutrirsi. E poi si parlava, e anche si scherzava. Ora, invece, sembra che siamo tutti lì per prendere una medicina: non è l’appetito che sembra mancare, ma il piacere di doverlo soddisfare. E’ un silenzio diverso quello che aleggia durante il pasto, è una sorta di rassegnazione stanca che si ravviva a ricordarmi che ogni gesto, ogni consuetudine di un tempo non ha più nessun significato.

Che senso può avere fingere l’indifferenza verso il proprio stato?”

- Signor Paolini, scusi, ma c’è una visita per lei: suo figlio.

“L’ultima volta è venuto due mesi fa, sempre in orari strani; allora stavo per andare a letto, ma non mi ha fatto rinviare il sonno e se l’è sbrigata in una decina di minuti, tanti per lui, pochi e troppi per me, a seconda di come si veda la questione. Pochi, ripeto, perché mi illudo sempre che possa rivolgermi la parola aprendosi quell’animo che non ha, troppi perché è insopportabile quella sua ostentazione di naturalezza, come se fosse venuto a trovarmi a casa, anziché all’ospizio.”

- Papà, ti trovo splendidamente.

“Ecco che cominciamo proprio bene; adesso attaccherà le solite litanie: gli affari, il successo, parla, parla solo di lui, come se davanti non ci fosse nessuno, ma una platea costituita da una miriade di suoi cloni.”

 

- Non ho potuto venir prima per via del lavoro, sai, insomma, se non si fatica non si guadagna e per fortuna che io sono il migliore.

“E ti pareva che fosse il contrario.”

- Perché non parli, perché non mi dici niente? Sono anni che sembri nemmeno ascoltarmi. Ti devo dare una notizia che è una bomba: mi è nato un maschio e abbiamo deciso di chiamarlo Carlo, come te. Sei felice? Dai, dimmi che sei felice?

 

“Potrei esserlo, ma fra la possibilità e la realtà di una cosa il divario è enorme. Dovrei essere contento perché mi è nato un nipotino che mai potrò vedere? Dovrei rallegrarmi perché gli hanno dato il mio nome? No, questo nuovo essere mi è e resterà più sconosciuto di mio figlio, per il semplice motivo che non ne potrò sentire il calore, né lui potrà sentirsi mio nipote. Quanto ho desiderato un tempo di diventare nonno, di vedere nel figlio di mio figlio sbocciare un’esistenza a cui contribuire con lo spegnimento della mia!”

- La prossima volta che vengo ti porto una sua foto. Adesso purtroppo devo andare, ma ritornerò ancora e cerca di star bene.

“A che pro star bene? Per rinviare la fine dei miei giorni, per continuare a recitare la parte di un uomo a cui la vita non può offrire più nulla?

Parla, parla e dice solo delle cazzate; questa volta almeno è rimasto meno del solito. Queste parentesi in un’esistenza monotona, e già di per se stessa insopportabile, danno un senso di squallore e ti fanno sentire esattamente quello che sei: del tutto inutile.

Ho deciso che non ceno e che vado a letto subito, a godermi il silenzio della camera, in quel buio a cui mi sto sempre più abituando e che celandomi tutto nasconde anche l’immagine di un vecchio stanco di vivere. Ma non resto solo; fra me e il nulla di questa massa scura c’è l’unico amico che mi è rimasto, fedele, sempre presente purché lo desideri: il silenzio.”


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7 risposte a “Prose sparse: I silenzi sospesi, Renzo Montagnoli”

11 03 2008
Renzo Montagnoli (15:39:01) :

Grazie, Antonio.
Questo racconto è frutto anche di un mio esperimento letterario, ossia il dialogo muto, fra sè e sè, di un uomo che si è chiuso a una vita che non ha più nulla da dargli. Piccola nota: ha vinto il Concorso di Narrativa Les Nouvelles 2006.

11 03 2008
Milvia (22:55:18) :

Questo racconto lo conosco bene, mi è capitato di leggerlo più volte.
Come in molti racconti di Renzo Montagnoli non manca neppure qui materiale su cui riflettere. Le tematiche di Renzo, sia quelle che troviamo nella sua narrativa, sia nei contenuti delle sue poesie, è come se appoggiassero la mano sul braccio del lettore, come a dirgli: fermati un attimo, immedesimati, fermati a pensare. “Appoggiassero”, ho scritto, non “tirassero”: perchè pur nella drammaticità delle storie, lo stile narrativo di Renzo non è mai rindondante, o patetico, ma è sobrio, è uno stile che ha rispetto del lettore, che non lo circuisce con facili ammiccamenti. Eppure la commozione e l’empatia per i personaggi arriva ugualmente a colpire chi legge. E’ proprio questo che apprezzo maggiormente nella scrittura di Renzo Montagnoli: la sua onestà. Si può denunciare senza gridare. Forse l’effetto è ancora più dirompente. E forse, anche questo, è uno dei compiti di chi scrive.

Buona serata, Antonio.

Milvia

13 03 2008
antonioconsoli (19:00:09) :

Penso che tu abbia ragione, Milvia, sull’onestà della scrittura di Renzo. Grazie del commento, che analizza.

Antonio

14 03 2008
Lilliblu (23:50:22) :

Dei temi, e del modo delicato di trattarli, ha già detto Milvia e io concordo in pieno. Quindi mi soffermo sulla scrittura. E’ la prosa di un poeta, te ne accorgi subito fin dall’attacco: “Mi piace venire in questo posto”, endecasillabo perfetto. E da lì in poi, tutta la parte in corsivo vien naturale di leggerla con intonazione e pause, e non ha una sbavatura. Bellissimo quello “svolazzando” tra due virgole.
Mi sono incagliata solo su un paio di passaggi e di uno, quello che davvero mi stride, mi piacerebbe chiedere all’autore se mi è sfuggita la ragione vera per cui c’è. Si tratta di : La sua visita giornaliera al cimitero dell’ospizio è terminata.
A me suona innaturale, ma ho pensato che forse c’è una ragione intrinseca alla storia per cui l’infermiera deve dirlo al paziente.
S, lo so, sono pesante, ma ho questa passione insana, di studiare le tecniche di narrazione… :-(

15 03 2008
Renzo Montagnoli (15:40:53) :

Lilliblu: giusta osservazione. Al vecchietto, che attende solo di andare definitivamente al cimitero, è concesso di visitarlo una volta al giorno e accompagnato, anche perchè malfermo sulle gambe. Non c’è nessuna libertà, se non quella di morire al più presto.
Grazie per i giudizi. Sì, scrivo prevalentemente poesie.

15 03 2008
Renzo Montagnoli (15:44:35) :

@Lilliblu: e dato che un po’ di pubblicità non guasta, ho scritto un poemetto intitolato Canti celtici ed edito nell’ottobre 2007 dalle Edizioni Il Foglio.
A questo link se ti dovesse interessare di saperne di più:
http://www.arteinsieme.net/renzo/index.php?m=82&det=3026

16 03 2008
Lilliblu (14:05:49) :

Grazie, volentieri. Capisco poco di poesia. Diciamo pure niente.
Proprio per questo la redattrice della sezione poesie sul sito dove lavoro mi fa leggere tutto quel che arriva. Dice che io - ignorante e quindi istintiva - sento al volo il bello, quando c’è. :-)o

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