Esquisse – il blog di antonio consoli

Di Myanmar non si parla più…

con 5 commenti

… Ma sono oltre settecento le persone prigioniere delle carceri birmane.

Min Ko Naing è un attivista pro-democrazia. E’ uno dei pochi coraggiosi che ad agosto ha sfidato il regime e ha contribuito a far scendere in piazza migliaia e migliaia di birmani, compresi i monaci buddisti il cui abito rosso è diventato simbolo della lotta all’oppressione.

Min Ko Naing è adesso sotto accusa per le affermazioni fatte ad agosto a proposito del prezzo del carburante, affermazioni in seguito alle quali è scoppiata la protesta. I legali della National League for Democracy dicono di non conoscere le frasi per le quali il pacifista birmano si trova rinchiuso nel carcere di Rangoon.

Il problema è che ciascuno dei settecento potrebbe rimanere imprigionato per i prossimi sette anni. Sette anni senza alcun capo di accusa concreto.

Secondo l’ONU, la giunta militare ha messo fine alla protesta imprigionando migliaia di persone e uccidendone 31.

Nessuno, però, crede alle 31 vittime. Molto probabilmente saranno diverse centinaia. Ma non è questo che mi preme sottolineare. Il silenzio, che colpevolmente è sceso sulla Birmania dopo la fine della protesta, uccide due volte, tre volte, decine di volte di più di una delle giunte militari più sanguinarie della storia. L’intero popolo birmano, e non solo i settecento detenuti, è prigioniero, osteggiato dall’ombra di un governo oscuro e terrificante.

So che queste parole suoneranno inutili ai più. Il mio rammarico e il mio dolore, vero e profondo, vi garantisco, è essere conscio della loro inutilità.

Nota: questo post è stato pubblicato ieri su LPELS.

Written by antonioconsoli

30 f, 2008 a 8:00 pm

5 Risposte

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  1. Bravo, Antonio! Cerchiamo di continuare noi, a parlarne. Anche solo per denunciare il silenzio.

    Milvia

    Milvia

    31 f, 2008 alle 1:45 am

  2. Giusto ricordarlo. Purtroppo, dopo l’ondata mediatica, il caso non ha fatto più tanto scalpore ed è stato accantonato (come era facile aspettarsi). Credo sia fondamentale continuare a sostenere questa lotta nonviolenta, informandoci grazie a canali “collaterali” made in internet.

    Francois Pesce

    3 f, 2008 alle 8:20 pm

  3. Ciao. Grazie della visita e del commento.

    Sì, internet in questi casi si dimostra ben più che utile. è essenziale.

    antonio consoli

    4 f, 2008 alle 5:25 pm

  4. Quando le cose accadono, c’è una grande risonanza. La risonanza globale.
    Poi, il silenzio inghiotte tutto.
    Accade qualcosa d’altro, e si torna a parlare.
    Quindi cala di nuovo il silenzio. Un silenzio altrettanto globale.
    Io non sono più tanto giovane, e ricordo un mondo non necessariamente migliore ma diverso. Dove la guerra nel Vietnam era la prima notizia del TG, massimo la seconda, tutte le sere. Dove la carestia nel Biafra era una notizia costante, seguita. Adesso, una strage in Iraq da 40, 50 morti non merita l’apertura. Ben se merita un servizio a metà scaletta. E il Darfur salta fuori, un trafiletto appena, se – come oggi – 12.000 profughi si riversano nel Ciad. L’hanno detto così, en passant, una strage da 200 morti o più negli ultimi giorni.
    Qualcuno ha detto che il cordoglio dura sempre meno.
    Qualcun altro sostiene che la gente è egocentrica e che l’interesse è solo di facciata. In parte sarà anche vero. Ma le persone intelligenti sensibili e preoccupate sono tante. E pensano: che ci possiamo fare. E’ proprio questo senso di totale inutilità che blocca tutto, che fa richiudere l’individuo nella propria individualità. Scontento di farlo, ma spinto dall’istinto di conservazione.

    Lilliblu

    11 f, 2008 alle 2:16 am

  5. Una tragedia ne sostituisce un’altra. Un omicidio passa in primo piano rispetto al precedente. Siamo sempre allo stesso punto di partenza: vietato soffermarsi a lungo su un dato problema, bisogna rapidamente passare ad altro, perché la gente(utente/lettore/consumatore) necessita di novità. E che importa se, come dici benissimo e ci tengo a sottolinearlo, 50-100 persone perdono la vita quotidianamente in uno scenario di guerra. Oramai, non ci facciamo più caso: i soliti morti, ecchisenefrega!

    Devo confessarti che io mi sono chiuso a riccio nell’ultimo periodo. Fino a qualche anno fa mi sarei infuocato, infervorato, avrei lanciato strali contro tutto e tutti. Oggi sento di dover pensare in primo luogo a me stesso perché qualunque cosa io pensassi di fare, il mondo andrebbe avanti comunque, con le sue dinamiche sbagliate, con le sue storture e i suoi orrori. Se è istinto di sopravvivenza non lo so. So solamente che vorrei non fosse così.

    antonioconsoli

    11 f, 2008 alle 6:06 pm


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