Archive for Novembre 2007
Campo de’ Fiori – aggiornamento
“Nella primavera del 2005 il nostro Laboratorio di Scrittura propose ai propri iscritti un progetto ambizioso: realizzare una raccolta di racconti che si potesse leggere come un romanzo. Per ottenere questo risultato erano necessari alcuni prerequisiti: una ambientazione comune e una collocazione temporale precisa. Inoltre ci voleva un quid, un accadimento trainante che serpeggiasse sotterraneo nelle singole storie senza tuttavia esserne protagonista…”
Un altro passo avanti. La copertina, il titolo e la stampa. Non lo trovate ancora in libreria né negli store on-line (so che fremete dalla voglia di comprarlo, ma dovrete pazientare ancora un po’), ma Campo de’ Fiori assume contorni più definiti, comincia ad esserci, a materializzarsi.
A partire dalla pagina che gli ho dedicato, dove continua il brano che ho riportato in alto.
Un commento di Pino Masciari
[Questo commento è stato lasciato da Pino nel post che a lui ho dedicato qualche giorno fa. Mi sembrava giusto farlo riemergere dal cono d'ombra dei commenti. ac.]
Carissimi amici,
sento il dovere di comunicarvi la mia sentita gratitudine per l’enorme aiuto e sostegno che mi date.
Non potete immaginare per una persona come me che per anni è stata soffocata dalla condizione forzata della solitudine e dalla estraneità a ciò che gli apparteneva, quanto sia importante percepire la forza dell’amicizia, la condivisione e la comprensione di una situazione (ahimè!) anomala e rara, situazione che io stesso faccio fatica a capire e a sostenere. Il sentirmi accolto nei miei intendimenti, mi ha dato l’entusiasmo e l’energia di continuare un percorso faticoso e arduo, un percorso che fino a poco tempo fa ho condotto nei peggiori dei modi, da solo!
Ma delle cui difficoltà non mi sono mai rassegnato.
Io ho continuato la mia battaglia nella speranza , quantomeno, di lasciare una eredità morale ai miei due bambini, che hanno vissuto tragicamente questa dura esperienza.
Oggi so di avere tanti amici che portano avanti insieme a me l’affermazione della legalità e della giustizia.
Un abbraccio affettuoso a tutti voi da Pino Masciari
Bestie
[Ripropongo qui la parte iniziale di un testo di Linnio Accorroni pubblicato oggi su Nazione Indiana. E vi invito a proseguire lì la lettura. ac]
Una città come questa
non è per viverci, in fondo: piuttosto
si cammina vicino a certi muri,
si passa in certi vicoli (non lontani
dal luogo del supplizio) e parlando
con la voce nel naso
avidi, frettolosi si domanda: non è qui
che buttavano i loro cartocci gli untori?
G. Raboni
Siamo più o meno una quindicina. Colti, benestanti, tolleranti e democratici, ben vestiti e profumati: uomini e donne, tra i diciotto e i cinquanta. Abbiamo belle auto, ci piace mangiare bene. Siamo appassionati di letteratura, cinema, musica, teatro. Ci riuniamo, una volta per settimana, per parlare di libri o per vedere insieme un film: siamo gentili, raffinati, educati anche negli interventi. Aspettiamo pazientemente il nostro turno, attendiamo che il nostro interlocutore finisca di parlare e riflettiamo, con lucida passionalità, sulla bontà delle idee altrui. Se ci capita di sovrapporre la nostra voce a quella dell’altro, è per un eccesso di fervore, non per emulazione della rissa televisiva che tutti vituperiamo. Il centro polivalente che ci ospita è posto appena fuori dalle mura cittadine: ha volte larghe e ampie, un soffitto arcuato e alto, con grandi simmetriche finestre che s’abbeverano di luce e inquadrano fotogrammi di un paesaggio che conserva ancora qualche precaria traccia di una bellezza primigenia, non del tutto devastato dalla cementificazione e dall’asfalto.
Storia di un giorno
La lama del rasoio scorre sulla pelle, sulla faccia ferma e inespressiva. Il volto è segnato dalle rughe che increspano la superficie della fronte e il contorno degli occhi. Con un gesto meccanico, senza distogliere lo sguardo dallo specchio, apre il rubinetto dell’acqua calda e ci passa sotto la lama coperta di peli e schiuma. Il vapore sale ad appannare il vetro.
L’uomo osserva il suo riflesso farsi opaco, confuso, fino quasi a scomparire. Non distoglie lo sguardo, come di chi non vuole perdersi di vista. Chiude il rubinetto e con un gesto che appare ancor più del precedente inconsapevole, raccoglie una tovaglia e, senza perdersi di vista, perché non vuole perdersi di vista, si asciuga dapprima le guance, poi il collo. Viene il momento del congedo. Spegne la luce. Sullo specchio rimane una sagoma scura, appena riconoscibile.
La casa in cui abitava da piccolo era costituita da due stanze, una delle quali conteneva appena il letto matrimoniale in cui dormivano in quattro: mamma, papà, lui e un fratello più piccolo di due anni. Era, però, l’unica abitazione del quartiere ad avere un cortile e un giardino pieno di alberi e piante. Delle piante non ne è sicuro, ma ricorda che degli alberi suo padre ne andava più che orgoglioso: l’arancio che sorgeva al centro del giardino era il suo preferito. Con le arance di questo albero, scure e amare, sua madre confezionava decine di barattoli di marmellata che poi distribuiva in famiglia, mentre i fiori emanavano un profumo dolcissimo. Suo padre gli aveva detto che si chiamava zagara, e che questo nome gliel’avevano dato gli arabi.
Ogni mattina, alle prime luci dell’alba, che ci fossero temperature miti o che facesse freddo, suo padre andava a farsi la barba nel cortile, portandosi sotto l’ascella una borsa di cuoio che conteneva il rasoio, il pennello e la schiuma. Agganciava un vecchio specchio a un chiodo infisso nella parete e riempiva una bacinella con l’acqua della vasca, utilizzata per irrigare il giardino. Poi iniziava a radersi con calma, canticchiando una vecchia canzone, sempre la stessa, con voce bassa e intonata, e di tanto in tanto lo guardava e sorrideva. Avresti voluto crescere in fretta, pensa, avresti voluto essere già un uomo, alto abbastanza da arrivare a guardarti allo specchio nel cortile.
Una di quelle mattine suo padre si fermò. Lo prese da sotto le ascelle e lo sollevò fino a portarlo davanti allo specchio.
“Quando sarai grande, questo specchio ti metterà alla prova. Non è un semplice specchio, sai?, è un giudice. Solo gli uomini veri, quelli onesti e retti, riescono nello stesso tempo a radersi senza procurarsi alcun taglio e guardarsi fisso negli occhi. Se farai il tuo dovere, lavorerai onestamente, non ruberai al tuo prossimo, ti occuperai della tua donna e della tua famiglia e non farai mancare niente né all’una né all’altra, allora potrai guardarti in questo specchio, raderti e non temere niente. Ma se una mattina dovesse capitarti di distogliere lo sguardo, di sentire come un peso qui sul cuore, sarebbe meglio allora morire. Non saresti più un uomo. Hai capito cosa voglio dire?”
Il bambino annuì.
“Bravo. Adesso corri a vestirti, che oggi vieni con me a lavorare!”
Mentre si veste, pensa che suo padre aveva torto. È riuscito a radersi e fissarsi negli occhi fino alla fine. Ma non è un uomo. Non più.
Ha scelto un vestito grigio, una camicia bianca.
L’idea gli era balenata nella mente un pomeriggio. Il pensiero che avrebbe potuto metterla in atto era sorto in apparenza dal nulla. Si era imposto di scacciarlo. Aveva provato un’immensa pena per se stesso. Si era scoperto impotente e fragile. Si era trovato nudo di fronte al male.
C’era gente che organizzava. Lo sapeva. Aveva contattato uno di questi. L’incontro era fissato per una mattina, nelle campagne a qualche centinaio di metri dalla scuola elementare. Era andato con la sua macchina. Il bambino era arrivato alle otto e trenta, come previsto. Lo aveva fatto montare in macchina, e aveva cercato un posto riparato. Poi si era calato i pantaloni e le mutande. Il pene moscio ci aveva messo un po’ a sollevarsi. Il bambino sembrava un professionista. Chissà quante altre volte lo aveva fatto. Dieci minuti dopo, lo aveva lasciato lì dove lo aveva caricato.
Infila la camicia. Inizia ad abbottonarla. Altro specchio. Quello a figura intera dell’armadio. Si avvicina. Nota un puntino rosso sul colletto. È sangue. Trova il piccolo taglio all’altezza del pomo d’adamo.
Suo padre aveva ragione.
Solo gli uomini veri, quelli onesti e retti, riescono nello stesso tempo a radersi senza procurarsi alcun taglio e guardarsi fisso negli occhi.
Finì di vestirsi e si sedette sul bordo del letto. Scrisse su un foglio nomi e cognomi. Di quelli che organizzavano il giro dei bambini. Scrisse tutto di getto. Chiese scusa a suo padre, e pianse.
Poi fece l’unica cosa che gli restava da fare.
Nota: questo breve racconto è liberamente ispirato a un fatto vero.
Pino Masciari
Pino Masciari è un imprenditore edile calabrese. Aveva aziende floride che occupavano qualche centinaio di persone. Si aggiudicava appalti sia nel settore pubblico che nel privato.
Pino Masciari ha una moglie e due figli.
Pino Masciari ha denunciato la ‘ndrangheta e politici di spicco che con essa convivevano e facevano affari.
In passato, denunciare le pressioni ricevute, le minacce, le estorsioni è stato inutile per Pino. Le risposte delle forze dell’ordine erano del tipo che non ti aspetteresti mai: “stia attento prima di denunciare, si rischia la vita, non si esponga troppo“. Nel 1988, in seguito alla morte del padre e di fronte alla necessità di dover mandare avanti le due aziende di famiglia, Pino si arrende alle pressioni e inizia a pagare. Il sei per cento va ai politici. Il tre per cento ai mafiosi. Assunzioni pilotate, soprusi, forniture di materiale imposte. Si entra in un vortice impossibile. E’ la fine della libertà, come persona e come lavoratore. Vengono lesi e calpestati i tuoi diritti. Viene stracciata la tua dignità.
Pino ha forte il desiderio di rivolta, di denunciare, ma su di lui pesa il silenzio della Calabria, delle sue istituzioni, della sua gente, e le responsabilità assunte nei confronti dei suoi lavoratori e della sua famiglia. Nonostante tutto, Pino dal 1990 in poi rifiuta di sottostare al ricatto mafioso e politico. Gli stati d’avanzamento lavori improvvisamente si bloccano e non vengono pagati (o se vengono pagati, con ritardi che soffocherebbero le casse di qualsiasi azienda). Persino le banche iniziano a intralciare la vita delle aziende di Pino.
Seguono danni dolosi, danneggiamenti dei mezzi di lavoro. Uno dei fratelli di Pino viene raggiunto da un paio di sconosciuti armati e gambizzato.
Nel 1994, Pino è costretto a licenziare tutti i suoi dipendenti e a chiudere decine di cantieri, a non firmare più contratti, a non aggiudicarsi più appalti. A non svolgere più il suo lavoro. Il danno ammonta a 25 miliardi di lire.
Giunto a un punto di non ritorno, Pino decide di rivolgersi al maresciallo Nazareno Lo Preiato. Il maresciallo era, allora, il comandante della stazione di Serra San Bruno, località di residenza dell’imprenditore. Ispira fiducia. Pino inizia a raccontare al maresciallo le linee generali della sua vicenda. Le denunce si fanno circostanziate e corpose. Arrivano alla Procura Nazionale Antimafia di Catanzaro e Pino viene trasferito in un’altra regione con la famiglia e posto sotto la tutela del Servizio Centrale di Protezione.
La situazione odierna di Pino Masciari è in una fase di stallo.
Nel corso della passata legislatura è estromesso dal programma di protezione poiché i processi in cui lui figurava come testimone si erano conclusi. In realtà, non è vero. I processi ci sono, a Crotone, solo rischiano di raggiungere i termini di prescrizione. Il ricorso di Pino al Tar per annullare l’estromissione dal programma è in stallo da 35 mesi. Per legge, la sentenza deve essere data entro sei mesi!
Per migliorare la vita di Pino e della sua famiglia ci sono le leggi e i dispositivi adatti. Basterebbe solo decidere.
Dare la possibilità a Pino di tornare in possesso di tutti i suoi diritti civili (quelli scritti nella Costituzione) è una battaglia di civiltà e di educazione. Permettere a un imprenditore che denuncia la criminalità organizzata e certa politica deviata di ritornare alla sua attività nella sua terra d’origine, in totale sicurezza e tranquillità, è una battaglia che lo Stato Italiano non può permettersi di perdere né di pareggiare. La storia di Pino Masciari, che vi ho umilmente esposto, è paradigmatica.
Come faremo, altrimenti, a convincere le migliaia di altri imprenditori taglieggiati a denunciare?
Una frase, contenuta nel sito di Pino, mi ha colpito: “ogni persona in più che viene a conoscenza della mia storia mi allunga la vita di un giorno.”
Diffondere la storia di Pino è l’unica cosa che posso fare. L’unico modo in cui io, tu che leggi, noi tutti, possiamo aiutare Pino e chi come lui ha scelto di tornare in possesso della propria libertà di uomo e di lottare con tutte le proprie forze per non cedere un solo passo al nemico.
Questo post è, dunque, per Pino Masciari e per tutti coloro che lottano contro l’oppressione mafiosa.
Link
Ne hanno parlato anche
Grazie a tutti!
Nota
Questa vicenda mi è stata segnalata da un’amica, Luci. Grazie.
Appello
Ricevo la segnalazione di un blog importante.
Lo metto al centro, il link, in evidenza. Visitatelo.
Grazie a tutti e grazie a Fabrizio Centofanti.
Per Gramos
E’ acquistabile online un libro di fiabe.
Sono le fiabe di Gramos, scritte per Gramos da molti bravi autori.
Il libro è acquistabile su Lulu, il sito di print on demand ormai noto.
L’indirizzo è questo: https://www.lulu.com/content/1423738
Per le modalità d’acquisto e per qualsiasi altro dubbio, o per conoscere l’iniziativa, troverete maggiori informazioni nel blog di Sabrina Campolongo, curatrice del progetto.
La quarta di copertina l’ha scritta Remo Bassini. La riporto qui, e invito tutti a un acquisto importante, utile. Regalate questo libro a Natale, regalatelo ai vostri bambini, ai vostri nipotini. Sarà un regalo importante perché farete felici loro, e farete felice Gramos.
Tu che mi leggi, ti prego, ascolta.
Questo libro è un libro di fiabe, certo, come tanti.
Più bello o più brutto, chissà.
Non importa, non è questo il punto. Ti ho chiesto, per favore, di ascoltare.
Sono un libro ma, dentro di me, c’è una voce che, purtroppo, è un lamento.
É di un bimbo piccolo, si chiama Gramos. Lotta per la vita come un eroe.
Ascoltalo.
Ti sta dicendo Ciao, mi chiamo Gramos, vorrei ridere e giocare ma non posso.
Ti sta dicendo Aiutami.
Ti sta dicendo anche Ho una brutta malattia, ho paura.
Ti sta dicendo Sei gentile a comprare questo libro che altre persone gentili hanno scritto e di cui migliaia di persone gentili, su una cosa chiamata internet, han parlato.
Lui è Gramos.
É un bambino.
Vivrà grazie a tutti voi.
E un po’ anche a me, che sono solo un piccolo libro contro l’indifferenza.
(Remo Bassini)
Da L’occhio cosmologico (1939)
- La speranza è una brutta cosa. Significa che non sei quello che vorresti essere. Significa che una parte di te stesso è morta, se non tutto te stesso. Significa che coltivi delle illusioni. Mi verrebbe da dire che è una specie di gonorrea dello spirito.
Henry Miller
Casablanca
Salvatore Borsellino pubblica questo appello su La voce di Fiore e invita tutti a farlo girare. Io sono un lettore di Casablanca, giornale che fa rivivere, e in qualche modo prolunga, l’esperienza dei Siciliani e di Pippo Fava. Una voce in un mare di silenzio che non può spegnersi perché sarebbe il fallimento di tutti. Il fallimento di chi ci crede.
Ripubblico l’appello. Perché lo sento come un dovere. In qualche modo, in un commento, l’ho scritto anche nel blog di Remo Bassini. L’informazione, già deficitaria, collusa, distorta, rischia grosso. Facciamo in modo che non accada.
La putìa
…
Questa è una pagina una tantum.
Non intendo avviare un’attività commerciale qui nel mio blog, quindi il nome “putìa” potrebbe sembrare inappropriato. Ma tant’è. La “putìa” è la bottega, la rivendita del piccolo commerciante di paese. In questo caso un piccolo mercatino di libri.
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