Archive for Settembre 2007

Satisfiction
Satisfiction è il primo free press culturale, ma non solo: è la prima rivista di critica letteraria che rimborsa i libri consigliati.
Dal 15 ottobre in 120 mila copie gratuitamente nelle librerie
Una recensione letta su Satisfiction ti ha convinto? Il libro ti ha poi deluso? La redazione e i suoi collaboratori sono talmente persuasi di quello che ti consigliano che sono pronti a rimborsarti il prezzo di copertina. Insomma, per la prima volta nel mondo dei libri compare il principio del “Soddisfatti o rimborsati”!
Non è follia ma l’esigenza, in un mondo editoriale spesso ridotto a puro marchetting, di ritrovare una coscienza critica. L’abbiamo scritto nel numero zero di Satisfiction, distribuito in 50 mila copie durante la Fiera del Libro di Torino dello scorso maggio, e lo ribadiamo ancora più incisivamente in questo primo numero: Satisfiction nasce dalla passione di chi è convinto che la cultura sia entrare nel tempo senza vendersi ai poteri del tempo.
Satisfiction è un progetto che non ha colore, le testate rappresentate sono le più diverse, che non ha bandiere, le logiche commerciali delle case editrici non ci appartengono, che non ha interessi se non quelli di far circolare le idee.
E’ vero: la nostra è un’utopia. Ma è un’utopia in 48 pagine formato tabloid.
Gian Paolo Serino
Per saperne di più, tenete d’occhio il blog di Gian Paolo Serino e il sito satisfiction.it
diario marsigliese
Ovvero, appunti da una città multicolore.
No. Non sono ancora partito. Preparo i dettagli, ecco. La partenza avverrà tra due settimane. Sul biglietto aereo c’è scritto così.
Nella pagina apposita, pubblicherò prima le motivazioni di questo mio ultimo viaggio – ultimo in ordine temporale, eh! -, poi le note e le impressioni che via via scriverò.
Saranno, come recita il sottotitolo, appunti. Non scarni appunti di viaggio, che generalmente – come lettore – odio. Sarà qualcosa di diverso. Almeno nelle mie intenzioni. Ma per questo, bisognerà attendere e stare a guardare.
Aggiornamento dal Myanmar
L’aggiornamento di Milvia Comastri sulla situazione a Yangon.
Purtroppo, la repressione della protesta (protesta pacifica, ricordo) è iniziata. I militari hanno proclamato il coprifuoco, e a quanto pare tra le vittime ci sarebbe già un monaco.
Tenere desta l’attenzione su questa vicenda credo sia importante. E invito anche io tutti i blogger a parlarne.
La giunta militare vuole impedire che i monaci continuino a cantare, vuole ridurli al silenzio, perché ogni loro parola è un macigno sulle sue nefandezze.
Metro… inferno
La gpe, Giulio Perrone Editore, ha dato alle stampe un volume di racconti dal titolo Tutti giù all’inferno (sottotitolo: Anagnina che toglie i peccati del mondo).
La solita raccolta di racconti, starete pensando. No. Innanzitutto, sono racconti di buona qualità, quanto non ottima (c’è anche un cammeo di Giulio Mozzi in persona!). Sono liberamente scaricabili dalla rete (qui). Infine, sono accompagnati da un sito-officina che illustra il dietro-le-quinte e che contiene il work in progress (disse l’anglista… scusate la citazione, ma ho finito qualche minuto fa di leggere Achille piè veloce di Benni!) della raccolta: una sezione del sito, percorso ufficiale, in cui sono pubblicati i file word con le varie versioni e aggiustamenti dei singoli racconti.
Ieri (23 settembre), sono stati inoltre pubblicati i racconti di un percorso alternativo, che non sono stati pubblicati nel volume della gpe, ma comunque opera di autori di buon livello che provengono (come parte degli autori del percorso ufficiale) dall’officina letteraria IQuindici.
Che altro aggiungere? Buona lettura!
nota di aggiornamento
Dal blog di Remo Bassini, che rimanda a Vibrissebollettino di Giulio Mozzi, apprendo che il numero di Stilos in edicola domani, 25 settembre, sarà forse l’ultimo. Peccato. Speriamo, naturalmente, in un ripensamento dell’editore. Mi domando, e domando a Giulio, a Remo (che è collaboratore del quindicinale da molto tempo) e a tutta la comunità dei lettori, se non si possa fare qualcosa per mantenere Stilos in vita. Certo, bisognerebbe conoscere le ragioni di questa scelta, ma potrebbe esistere una strada alternativa percorribile?
La rivolta pacifica dei monaci buddisti
Già stamane avevo pensato che fosse necessario scrivere almeno qualcosa sulla rivolta silenziosa e pacifica, e per questo ancor più importante e fondamentale, che l’ex-Birmania, oggi Myanmar, vive in questi giorni. Seguendo poi gli strani percorsi della rete, giungo nel blog di un poeta a perdere, e leggo la sua esortazione a offrire sostegno e solidarietà ai monaci buddisti. Penso sia doveroso. Penso dovrebbero farlo tutti.
Del Myanmar sapevo poco. E ora, certo, so poco di più. Ho letto in giro, in passato ho seguito il caso del Premio Nobel per la Pace, Aung Suu Kyi, costretta agli arresti domiciliari da un regime militare tra i più violenti e repressivi della storia. Insomma, niente di più.
Ho visto le immagini della precedente rivolta del 1967 (se non erro), in cui i monaci buddisti si trasformarono in torce per le strade della città. Immagini forti, cruente, di uomini che soffrono in silenzio e pregano, che bruciano avvolti dalle fiamme e sperano intanto che le cose cambino.
Allora non ottennero alcun risultato. Sono passati 40 lunghi anni. Il regime è ancora al potere, fa vittime tra i dissidenti, rinchiude in carcere i politici dell’opposizione democratica, li tortura, li uccide. Riduce alla fame la popolazione, nega ogni forma di avanzamento sociale, di miglioramento delle condizioni di vita.
E allora è importante, fondamentale come dicevo, che in un paese in cui la paura costringe all’immobilità e al silenzio, e impedisce ai comuni cittadini di organizzarsi, una casta “protetta” – come è quella dei monaci – si sollevi, scenda in strada e organizzi un corteo lunghissimo che cresce giorno dopo giorno. Oggi sono in trecentomila, domani saranno di più. L’effetto positivo che tutti auspicano è che domani sia tutto il Myanmar a protestare. “Vogliamo che il popolo venga con noi”, cantano. Bello. Questo pensiero è capace da solo di farmi venire le lacrime agli occhi.
Ricordo a tutti che durante i primi giorni di protesta il regime è intervenuto. Alla sua maniera. Con lacrimogeni e botte. Alcuni monaci sono stati condotti in carcere, e immaginiamo quali torture siano stati costretti a subire. La giunta militare sperava così di soffocare la protesta sul nascere. Ma i monaci sono diventati sempre di più, non hanno ceduto. Hanno continuato a cantare, a esortare il popolo, si sono radunati davanti agli edifici di culto più importanti delle città principali e hanno invitato la gente non alla protesta ma a pregare con loro. Adesso il regime e i militari attendono. La fine.
Cella 17
[Il breve dialogo riportato di seguito è avvenuto nella realtà. Uno dei due protagonisti è un uomo sulla quarantina, un tipo noto per essere già finito in carcere che ora lavora presso una cooperativa di recupero sociale. L'altro, sono io. La cella 17 rimane un luogo tuttora indefinito. li.]
“C’è mai stato lei nella cella 17?”
“No.”
“La cella 17 è un inferno. Dentro la cella 17 c’è la guerra ogni giorno. Non mi crede, vero?”
“Sì, che ti credo.”
“No che non mi crede. Non mi crede nessuno. Ci sono state volte in cui avrei ucciso per la rabbia che provavo. Avrei spaccato la faccia a colpi d’accetta dell’uomo che avevo di fronte, lo avrei preso a martellate. Ma ci ho sempre ripensato. Non ho voglia di ritornare nella cella 17.”
“No. Non ne vale la pena, in effetti.”
“Lei continua a non credermi. E’ come loro. Vede qui intorno: sono l’unico che lavora. Arrivo alle sette del mattino. Spazzo, raccolgo le carte da terra. Ogni tanto trovo persino qualcosa di valore e non la tengo. La metto nel gabbiotto, fino a quando qualcuno non viene a chiedermela. Spazzo tanta di quella roba, che se non lo facessi arriverebbe fin sopra le teste delle persone. E loro cosa mi dicono?”
“Cosa le dicono?”
“Che non faccio niente. Che guadagno quella miseria che mi danno ogni mese per non fare niente. I soldi mi servono, non dico questo, sono pochi, ma vanno bene. Ma gli spaccherei la faccia a colpi d’accetta. Mi trattiene solo la paura della cella 17.”
Il caso Carmichael
Finora ho scritto niente del Caso Carmichael, e forse la gran parte di voi non sa ancora cosa è.
Allora è il caso che andiate a dare un’occhiata a questo indirizzo. Leggete e commentate, e attendete: ci stiamo lavorando.
Piccola storia semplice
Chiedo scusa a Barbara Garlaschelli per lo spudorato copia-incolla del titolo di un suo post, ma quella che lei narra in questo post non è proprio una piccola storia semplice. O meglio, lo è. Solo che l’imbecillità di certi uomini l’ha resa complessa.
Remo Bassini, in un commento a quel post di Barbara, dice che bisognerebbe urlare. Son d’accordo. Bisognerebbe sforare i timpani a chi è refrattario a certe tematiche. A chi risponde con argomentazioni idiote e non prova alcuna vergogna della sua idiozia.
Questo post, naturalmente, non servirà a niente. Ma l’ho scritto comunque.
L’intervento di Filippo Tuena
In seguito all’avvio della discussione intorno a Ultimo parallelo, e ai commenti lasciati da Renzo Montagnoli, Cinzia Pierangelini, Gian Paolo Serino (con la segnalazione su Satisfiction), Filippo Tuena mi ha stamane inviato una mail che, naturalmente, rigiro a tutti voi.
E’ proprio il caso che intervenga. Lo faccio un po’ imbarazzato perché i vostri commenti vanno oltre i giudizi di lettori anche appassionati. Io di fronte alla parola capolavoro mi tiro da parte, come se non mi competesse. Arrivo al massimo a giustificare un “bellissimo” e più ancora “trascinante”, “emozionante” che, come vedete, sono aggettivi che sottendono la magia della lettura, quel condurre altrove il lettore a compiere un viaggio imprevedibile. Insomma, facciamo finta di non aver letto quella parola – anche se l’ho letta e ovviamente, mi riempie di soddisfazione.


